Inchiesta Mps: da Antonveneta ai festini, i sette anni che hanno fatto tremare Siena
Su tutti Mussari e Vigni. Ma in totale il Tribunale di Milano ha sentenziato 13 condanne. Inoltre Nomura e Deutsche Bank sono state condannate a pagare rispettivamente 3,45 e 3 milioni di sanzione. Prescrizione per un'operazione finanziaria, il Fresh 2008
di Sara Monaci
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Finisce così, con la sentenza del Tribunale di Milano, la maxi inchiesta sul Monte dei Paschi di Siena. Condannato in primo grado a 7 anni e 6 mesi di reclusione l'ex presidente Giuseppe Mussari e a 6 anni e 3 mesi di reclusione l'ex dg Antonio Vigni, a cui si aggiungono per entrambi 2 anni di interdizione dai pubblici uffici. I reati,a a vario titolo, sono aggiotaggio, falso in bilancio, falso in prospetto e ostacolo alla vigilanza.
Condannati anche l'ex manager della banca Daniele Pirondini a 5 anni e 3 mesi e il responsabile dell'area finanziaria Gianluca Baldassarri a 4 anni e8 mesi. Giudicati colpevoli anche i manager di Deutsche Bank e Nomura. In totale sono state sentenziate 13 condanne. Inoltre Nomura e Deutsche Bank sono state condannate a pagare rispettivamente 3,45 e 3 milioni di sanzione. Scatta invece la prescrizione per un'operazione finanziaria, il Fresh 2008 (per quanto riguarda l’ostacolo alla vigilanza)
Gli altri processi
La condanna arriva dopo un'assoluzione in appello relativa all'ostacolo alla vigilanza (sul mandate agreement del derivato Alexandria) e dopo una seconda assoluzione alla cosiddetta “banda del 5%”, l'unica accusata di appropriazione indebita, guidata secondo la procura di Siena dallo stesso Baldassari e costituita anche da manager esterni. Per la difesa i loro guadagni, perlopiù protetti in paradisi fiscali, erano proventi di attività lecite e in effetti il giudice ha confermato questa tesi, nonostante la grande attività degli inquirenti nelle rogatorie internazionali (fino all'isola di Vanuatu).
L’inchiesta
Le indagini iniziarono a Siena nel 2012, con il supporto del Nucleo Valutario della Gdf. Si cominciò a parlare di maxi tangenti al Pd, fondi neri dello Ior e conti correnti segreti. Ma l'inchiesta si è concentrata più precisamente su questioni finanziarie, soprattutto sulle modalità con cui era stato fatto un aumento di capitale per l'acquisizione di banca Antonveneta dal Santander, avvenuta nel 2008 per 9 miliardi, e sulle modalità con cui i bilanci successivi erano stati abbelliti proprio per evitare che si capisse che l'acquisto non era stato così redditizio.
I derivati Alexandria e Santorini facevano infatti “scattare” il pagamento della cedola agli azionisti, ma poi aumentavano il conto dei debiti, calcolando il mark to market di quel periodo (intorno a 1,2 miliardi). Simile il discorso del derivato Chianti Classico, legato però a una cartolarizzazione immobiliare.
A far davvero lievitare i costi dell'affare Antonveneta erano stati però i crediti inesigibili in pancia alla banca padovana, in difficoltà a causa della crisi finanziaria di quel periodo. I debiti che quindi Mps si ritrovò per via di Antonveneta salirono a 17 miliardi, tra acquisto e passività ereditate. L'accusa rivolta ai vertici è stata, a questo proposito, di non aver realizzato a suo tempo una due diligence che avrebbe mostrato prima dell'acquisto la reale situazione di Antonveneta. Da qui le narrazioni di quella mitica notte in cui Mussari decise di chiudere l'affare in poche ore rilanciando sull'offerta di Bnp Paribas, che aveva messo sul piatto 8 miliardi.


