Da Deloitte a Goldman Sachs, nuovi passi indietro sulle politiche di inclusione
Le big della consulenza e i grandi gruppi bancari si adeguano alle pressioni dell’amministrazione Trump contro i programmi DEI
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La campagna del presidente Trump contro la diversità e l’inclusione nelle aziende continua a fare proseliti e se prima a fare un passo indietro sulle politiche DEI erano le società minori, oggi invece sono i big della consulenza, della finanza e degli investimenti.
I big della consulenza
Dopo Accenture anche Deloitte si adegua alle politiche anti inclusione dell’amministrazione Trump. Il gruppo ha chiesto ai dipendenti che lavorano su contratti con il governo americano di rimuovere i pronomi che indicano il loro genere dalle firme nelle rispettive email. In un’email inviata la settimana scorsa allo staff, secondo quanto riportato dal Financial Times, il gruppo ha spiegato che i cambiamenti richiesti sono pensati per «allinearsi alle pratiche e ai requisiti emergenti dei clienti governativi». Non solo all’esterno: Deloitte US intende anche abbandonare i programmi per l’inclusione e la diversità. In un’altra email inviata lunedì, aggiunge il quotidiano finanziario, è stata preannunciata la fine degli obiettivi sulla diversità, di un rapporto annuale su diversità e inclusione e dei programmi associati. La società dovrebbe mantenere alcune iniziative per l’inclusione e migliorare le pratiche di assunzione per fare in modo che siano giuste e non discriminatorie.
Le Ipo di Goldman Sachs
Dalla consulenza alla finanza. A fine gennaio il ceo di Goldman Sachs, David Solomon, aveva dichiarato che il gruppo bancario è attento alle richieste dei clienti: «Pensiamo alla decarbonizzazione, alla transizione climatica. Pensiamo alle loro attività, a come trovare talenti e alla diversità di talenti a livello globale» ha detto Solomon, aggiungendo: «Continuiamo a concentrarci sulle esigenze dei nostri clienti e a fare ciò che abbiamo sempre fatto». Sembrava così aver chiuso la porta alle pressioni del neo presidente e invece ieri un primo annuncio in senso contrario: Goldman Sachs Group ha deciso di abbandonare la politica che escludeva dalle operazioni di offerta pubblica iniziale (IPO) le società con consigli di amministrazione composti esclusivamente da uomini bianchi. La banca d’investimento aveva introdotto nel 2020 una regola che imponeva la presenza di almeno un membro del board proveniente da gruppi sottorappresentati per poter gestire la quotazione di un’azienda negli Usa o in Europa occidentale. Nel 2021, il requisito era stato ampliato a due membri, di cui almeno una donna. «In seguito agli sviluppi normativi relativi ai requisiti di diversità nei consigli di amministrazione, abbiamo deciso di porre fine alla nostra politica formale in materia» ha dichiarato Tony Fratto, portavoce di Goldman Sachs, proseguendo: «Continuiamo a credere che i cda più efficaci siano quelli con una varietà di esperienze e prospettive e incoraggeremo le aziende a seguire questa direzione».
La banca d’affari ha già iniziato a seguire questa nuova politica: ne è stato un esempio la scorsa settimana la quotazione di Titan America, società del settore cementizio il cui sito web non riporta alcuna presenza femminile nel consiglio di amministrazione.
La decisione di Goldman Sachs arriva dopo che una norma simile imposta dal Nasdaq per le quotazioni negli Stati Uniti è stata annullata da una corte federale d’appello a dicembre. L’iniziativa del Nasdaq era stata contestata da un gruppo guidato da Edward Blum, noto per aver contribuito all’abolizione dell’azione affermativa nelle ammissioni universitarie. L’opposizione non si era rivolta direttamente contro il Nasdaq, ma contro la Securities and Exchange Commission (SEC) per aver approvato la regola, definita una forma di “discriminazione insidiosa”. Anche diversi procuratori generali statali si erano uniti alla battaglia legale con argomentazioni simili.



