Le sfilate di Parigi

Da Louis Vuitton il superlusso del prodotto che tutto può

In un contesto dove si conferma la tendenza a non rischiare, Pharrell Williams collabora con l’amico Nigo e calca la mano ancor più la mano sul personalismo

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L’incertezza che pervade il sistema della moda in questo momento è evidente anche a Parigi, dove martedì è iniziata la settimana della moda maschile. Strutturalmente, la manifestazione si annuncia più ricca di Milano, ma le battute introduttive sono segnate dallo stesso desiderio di andar sul sicuro, dallo stesso rifiuto del rischio: condizioni, a questo punto, generalizzate.

Marchi grandi e piccoli seguono per lo più un approccio formulaico, con risultati altalenanti. Da Louis Vuitton continua per mano di Pharrell Williams la crasi tra stile hip e opulenza francese, che ha a ben guardare anche i connotati di una lotta di classe, risolta. Il lusso e il denaro tutto possono, del resto, anche conciliare nero e bianco e mondi opposti, non ultimo perché questa agnizione è il riconoscimento di una intera categoria di big spender che si identificano in questo stile voluminoso e affermativo, fatto di shorts e scarpe da skater, di workwear e uniformi scolastiche stravolte, identici nella forma agli originali ma offerti in versione superlusso.

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Louis Vuitton, la collezione per l’AI 25-26

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Se l’intenzione, considerato quel che Pharrell fa come musicista, è autentica, la contestualizzazione dentro un marchio come Vuitton appare a tratti fabbricata o forzata, ma in verità si manifesta per quel che è: una distesa di prodotto. L’idea di Pharrell alla direzione creativa rimane una scelta valida, ma è come se il musicista avesse perso rapidamente slancio, o il desiderio di andare oltre la trascrizione nella collezione del proprio stile personale. Questa stagione collabora con l’amico Nigo, altro veterano della multidisciplinarietà radicata nella strada, calcando se possibile ancora più la mano sul personalismo. I capi desiderabili abbondano, ma, esercizio di sottile merchandising a parte, si avverte stanchezza, mentre l’insistenza sui bauli - alcuni, veri capolavori di saper fare - trasportati su carrelli come sarcofagi ha un che di funesto.

Pharrell Williams con Nigo

La formula di Lemaire funziona - lo attesta un successo di nicchia ma solido - perché unisce il senso spiccato di realtà al desiderio di evolvere continuamente le forme, e con esse l’atteggiamento. «Amiamo la moda, ne siamo ossessionati, ma ci interessa di più la vita», dice Christophe Lemaire, anima del marchio insieme a Sarah-Linh Tran. Morbidi e poetici, ma coriacei e consapevoli, i personaggi immaginati dai due questa stagione guadagnano durezza, ed è un bel vedere, tra dettagli di pelle, sovrapposizioni funzionali e una compiaciuta sensualità. Il lavoro sull’aggiornamento degli archetipi vestimentari, ancora una volta, è irreprensibile.

Esplora gli archetipi e i classici, disegnando il guardaroba di una persona vera invece che un personaggio idealizzato, anche Ryota Iwai di Auralee, uno dei più sottostimati autori giapponesi attualmente in circolo. Il focus di Iwai è la normalità, ma uno sguardo attento alla sua opera dimostra che non c’è nulla di perfettamente normale in quanto propone: sono off i colori e le proporzioni, ma la traslazione è condotta in maniera sottile, e per questo doppiamente efficace.

Paul Smith AI 25-26

Paul Smith sostituisce alla sfilata una presentazione nella quale è lui stesso a descrivere e spiegare i diversi capi, che sono classici con twist e non poco humor come è lecito aspettarsi, arricchiti dal ricordo / omaggio al padre, appassionato di fotografia.

Louis Gabriel Nouchi ha un approccio tutto suo, che consiste nel lavorare ogni collezione intorno ad un libro, che questa stagione è 1984 di George Orwell. La tensione tra totalitarismo e sessualità come forza amorosa e liberatoria è evidente nella contrapposizione di forme scatolari o militari e nudo sensuale, ma oltre questo non si va, e si perde per strada un altro elemento chiave per Nouchi: il casting, che è ancora variegato, ma purtroppo insapore. È una disfatta temporanea, però: Nouchi ha il talento che serve per correggere il tiro, considerato anche che trasporre 1984 in abiti è una sfida che richiede ben altre risorse.

Ami, ossia Alexandre Mattiussi, infine, è una storia di volumi ampi e colori pittorici, di donne con il suit e uomini che mettono le camicie fuori dai pantaloni o pantaloni cui sembrano sovrapposte gonne. Tutto è liquido e puro, di una eleganza leggera ma non eterea, con il focus sul prodotto invece che su una narrativa. È forse proprio questo il limite: meno top model, più personaggi veri darebbero a questa formula l’impatto visivo che merita.

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