Il secondo round di negoziati tra Usa e Iran è fallito prima ancora di iniziare
dal nostro corrispondente Marco Masciaga
di Raffaella Calandra
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Per tutta la vita, Luigi Pagano ha provato a risolvere il suo paradosso: permettere con l’isolamento del carcere il reinserimento dei detenuti, fuori dal carcere. E ora che è andato in pensione, per lo storico direttore di San Vittore una riflessione si impone: «Le celle sono anacronistiche. Bisogna pensare talvolta a pene alternative. O il carcere continuerà a riprodurre se stesso», sentenzia l’uomo che ha cambiato il rapporto tra il mondo di fuori e quello di dentro, già numero due del dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, dopo i 15 anni passati nel principale istituto milanese e poi alla guida di quelli lombardi. Sono i numeri e l’esperienza a dimostrarlo: più stai dentro senza prospettiva, più torni dentro. Con buona pace della funzione rieducativa voluta dalla Costituzione, «che temo non venga rispettata», sospira.
Il carcere come extrema ratio è l’obiettivo - «proclamato da qualsiasi legge, ma sempre smentito» - e allo stesso tempo è l’auspicio che quest’inguaribile ottimista napoletano, adottato da Milano, professa da sempre. «È la logica ancor più che l’ideologia», spiega Pagano, forte degli studi sulla recidiva che dimostrano quanto chi ha più accesso a misure alternative, tenda meno a commettere nuovi reati. Un lavoro dell’Università dell’Essex, con Fondazione Einaudi e Il Sole 24 Ore dimostrò come il ritorno a delinquere diminuisse di nove punti, per ogni anno di prigione passato nel carcere lombardo di Bollate, simbolo delle attività di studio-lavoro. Numeri difficili da far valere nel dibattito politico, ancora più difficili da comunicare nella stagione dell’industria della paura, delle pene esemplari, del «marcire in galera» - «di cui però l’(ex, ndr) ministro Salvini si è scusato», ricorda Pagano - e delle strette, invocate dopo ogni fatto di cronaca, «col rischio di annullare la stagione di riforme». Così la risposta all’affollamento, un dramma nell’afa estiva, è l’annuncio di nuovi penitenziari. «È sempre stato così! E comunque per una riforma dell’ordinamento è sempre servito l’appoggio dell’opinione pubblica. E questo può creare un cortocircuito», è l’obiezione di Pagano, che cita nomi e precedenti dei suoi 40 anni in carcere.
Quarant’anni, passati attraverso stagioni diverse, mille colori politici e dentro molti pezzi della storia d’Italia, vissuti da un osservatorio esclusivo. Per primo, il carcere di massima sicurezza di Pianosa, durante l’emergenza terrorismo; poi l’Asinara, negli anni di Raffaele Cutolo, il capo della nuova camorra organizzata, che alla sua presenza tra l’altro si sposò; ci furono poi gli istituti nel mirino dei terroristi, come Badu ’e Carros dove fu ucciso il boss Francis Turatello o Taranto. Poi nella sua carriera c’è stato soprattutto San Vittore. «Pensavo di resistere un mese, sono durato quindici anni», sorride Pagano, mentre osserva la riproduzione alla parete dell’immagine cult del film di Totò e Peppino col ghisa in piazza Duomo. All’inizio, anche per lui Milano era quella, poi Milan, l’è sempre un gran Milan e soprattutto quel carcere ottocentesco è diventata «la sua casa amata: qui è nato mio nipote. Ma San Vittore o viene riportato al numero consentito di detenuti o deve vivere in modo diverso». Più volte, sono stati valutati progetti di spostamento della cittadella giudiziaria nella zona di Porto di Mare. E «anche se il carcere dovrebbe stare in città, i casi di Bollate e Opera - nota, pragmatico - dimostrano che si può stare fuori, se i servizi funzionano».
Quando ci incontriamo nel suo ormai ex ufficio, per Pagano sono gli ultimi giorni da provveditore e più volte questo ex scugnizzo di Torre del Greco, diventato uno dei milanesi insigniti dell’Ambrogino d’oro, si girerà verso l’ingresso di San Vittore, coperto dal cantiere della metro. «È perfetto per venire a seguire da pensionato i lavori», scherza nel suo orgoglioso accento partenopeo, ben consapevole di poter ancora mettere a frutto l’esperienza fatta. E qualcuno glielo chiederà. Nella sua carriera è passato dalle carceri speciali degli anni di piombo a quelle aperte, dove lui ha introdotto, ad esempio, il rito dell’altra Prima della Scala. Dall’osservatorio di San Vittore, Pagano ha vissuto grandi cambiamenti: la trasformazione della criminalità dai tempi delle bande organizzate; la violenza ceca del terrorismo; il crollo della Prima Repubblica, con Mani Pulite; fino ad assistere alla quasi totale identificazione tra popolazione detenuta e marginalità sociale. «Alcuni non vengono ammessi a misure alternative, perché senza casa, lavoro e famiglia. Il paradosso è che a loro il carcere dà più di quanto avrebbero fuori».
In fondo da sempre, per dirla con il garante dei detenuti Mauro Palma, il carcere è «lo specchio dei problemi non risolti di fuori». Tanti, a giudicare dalle celle, piene più di quanto potrebbero: 60.522 i reclusi dell’ultima stima a fine giugno, per una capienza regolamentare che prevede 10mila posti in meno. A riempire i penitenziari, tanti stranieri, ancora di più quelli che provengono dai gironi della tossicodipendenza, a volte con meno di un anno da scontare. Così la filosofia di questo napoletano, scettico verso tutti i Masanielli e le rivoluzioni immediate, abituato invece a cambiare ogni giorno un po’ le cose, lo porta a «pensare all’introduzione di più servizi per i tantissimi con problemi di droga: bypassare le celle, trovando una comunità, come già prospettato in passato ai servizi per le tossicodipendenze. Già così, si eviterebbe il sovraffollamento».