Dai muratori ai sarti, i mestieri dove gli stranieri sono più degli italiani
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Rumeni, albanesi e moldavi nei mestieri artigiani legati all’edilizia; i polacchi nell’impiantistica; gli egiziani nella ristorazione; dall’estremo oriente le professioni legate al settore tessile. Le imprese artigiane di Roma e provincia registrate alla Camera di Commercio di Roma al 31 marzo 2023 sono 63.732 (dati InfoCamere). Quelle guidate da un titolare straniero sono arrivate a quota 14.821, vale a dire il 23,3% del totale, in aumento di 1.685 unità rispetto ai dati di 5 anni fa (+11,4%). Una crescita in controtendenza rispetto alle aziende artigiane con titolare italiano. E una presenza tanto più significativa se si pensa che in provincia di Roma la popolazione residente di origine straniera è di poco superiore al 12%. Tanto che in quattro settori la componente straniera ha superato il 50% del totale delle imprese artigiane: imbianchini (63,5%), muratori (52,7%), sarti (52,2%) e confezionisti (50,7%). Sopra la media del 23,3% dell’incidenza dei titolari stranieri sul totale dei titolari di aziende artigiane stanno poi i posatori (41,7%) i giardinieri (31,6%), calzolai (30,2%), ristoratori (26,7%) e serramentisti (24,2%).
«Questa tendenza è innanzitutto un effetto della globalizzazione», spiega Lorenzo Tagliavanti, presidente della Camera di Commercio di Roma. «È un andamento – aggiunge – che riguarda tutti i Paesi occidentali. Anzi, da noi è iniziato in ritardo». Poi però ci sono specificità sia italiane che romane. «Negli altri Paesi – prosegue – gli stranieri vanno a fare gli operai e gli impiegati. In Italia vengono per fare gli operai, ma poi finiscono per fare gli imprenditori. Questo è vero soprattutto nelle grandi città, come Roma, dove la difficoltà dell’artigianato, dovuta alla maggiore circolazione delle merci, apre nuove opportunità per gli stranieri».
Un fenomeno che, secondo Tagliavanti, ripercorre un po’ quanto avvenuto a Roma negli anni 50-60 del secolo scorso, quando la capitale fu interessata da un forte flusso migratorio proveniente dalle altre parti d’Italia. Con i migranti che se non riuscivano a trovare un impiego dipendente si mettevano in proprio utilizzando le compentenze nei mestieri apprese nel paese d’origine. «Non è un fenomeno che crea problemi sociali – sottolinea Tagliavanti – ma è una integrazione che avviene soprattutto nella grande periferia senza la creazione di ghetti o concentrazioni. Ora la sfida sarà quella di coinvolgere queste imprese a pieno all’interno della cittadinanza. Spesso non fanno parte dei sistemi associativi e se hanno necessità di finanziamenti non ricorrono al sistema bancario, ma a canali informali e a legami etnici. Bisogna lavorare per la piena integrazione», conclude.

