Dal piano B di Savona ai mini-BoT, quanto ci costa il fantasma «Italexit»
di Andrea Franceschi
4' min read
4' min read
Il vero spettro per i mercati si chiama «Italexit». È un fantasma che conosciamo. Già durante la crisi del 2011-2012, quando lo spread toccò i suoi massimi storici, l’Italia rischiò un clamoroso ritorno alla lira. Un rischio correlato alla speculazione di mercato sulla fine della moneta unica. Una speculazione poi scongiurata dal presidente della Bce Mario Draghi che, con la sua promessa di «fare tutto il necessario per salvare l’euro», diede di fatto alla Bce poteri di prestatore di ultima istanza grazie allo strumento delle Omt (un piano che dà alla banca centrale il potere di fare acquisti potenzialmente illimitati di titoli di uno Stato che ne faccia richiesta).
Il «whatever it takes di Draghi» ha funzionato bene ma perché continui a funzionare bene è necessario che un presupposto sia rispettato: i Paesi aderenti non devono mettere in discussione l’adesione all’euro. Ciò che è successo in Italia con il governo attuale è che proprio questo presupposto è venuto a mancare perché entrambi i partiti che fanno parte della maggioranza di governo hanno sposato, in misure e tempi diversi, l’istanza dell’uscita dall’euro.
Il Movimento 5 stelle anni fa ha fatto una raccolta firme per un referendum sull’uscita dall’euro (e Di Maio ha dichiato pubblicamente che avrebbe votato sì) salvo poi accantonare l’idea. La Lega di Matteo Salvini si è espressa in maniera molto più netta sul tema e la scelta di candidare due noti esponenti no-euro come Alberto Bagnai e Claudio Borghi ne è un’ulteriore riprova.
Sebbene sul tema dell’adesione all’euro le posizioni siano drasticamente cambiate (sia Luigi Di Maio che Matteo Salvini hanno dichiarato che Italexit non è nel programma di governo) i segnali che sul tema sono stati mandati ai mercati sono estremamente ambigui. L’ultimo in ordine di tempo è rappresentato dall’idea di pagare i debiti della pubblica amministrazione con i mini-BoT, titoli di piccolo taglio equiparabili a una moneta parallela che, per ammissione del loro stesso inventore Claudio Borghi, sarebbero utili a preparare il terreno a Italexit. Ma prima dei mini-BoT c’è stato il primo contratto di governo Lega-5stelle, quello in cui si parlava di negoziare con le autorità comunitarie un percorso di uscita dalla moneta unica e si ipotizzava la cancellazione del debito acquistato dalla Bce (altra idea controversa di Borghi poi accantonata).
Ma il segnale più forte ai mercati forse è stata la scelta di Paolo Savona (il teorico del piano B per l’uscita dall’euro) per il posto di ministro dell’Economia. Una nomina su cui si consumò un durissimo scontro istituzionale con il presidente Mattarella che, proprio in ragione dei rischi finanziari ad esse correlati, arrivò a bloccarla. A Savona andò il ministero degli affari europei ma la poltrona resta vacante da quando l’economista sardo è finito a guidare la Consob. Ora per il suo posto si fa il nome di Alberto Bagnai, altro teorico di Italexit, autore del libro “Il tramonto dell’euro”...


