Austerity, la ricetta di Modi: basta comprare oro e voli all’estero
dal nostro corrispondente Marco Masciaga
di Andrea Biondi
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Una startup che ha rischiato di finire come tanto spesso accade: chiudendo bottega prima ancora di aver potuto esprimersi sul mercato. Magari, come in questo caso, surclassata da concorrenti già presenti sul mercato e con le spalle più forti. Poteva essere questo il destino di Filo, Pmi innovativa di Roma, nata nel 2014 e operante nel settore dell’Internet delle cose (IoT), arrivata sul mercato con un dispositivo per ritrovare gli oggetti smarriti.
Non è andata così. La svolta è arrivata cambiando in corsa, al momento opportuno, pur mantenendo il proprio core business. E così dai dispositivi “filo” per non perdere oggetti o bagagli, l’azienda è passata alla tecnologia per seggiolini antiabbandono, diventati obbligo di legge nel 2018.
È balzato così a oltre 10 milioni di euro nel 2020 – dagli 815mila euro di fine 2017 - il fatturato dell’azienda romana la cui storia, ricorda Giorgio Sadolfo, ceo di Filo Srl e uno dei fondatori insieme con Lapo Ceccherelli, Andrea Gattini e Stefania De Roberto, inizia «nel 2014 con un programma, InnovAction Lab, oggi non più attivo che consisteva all’epoca in tre mesi di formazione frontale». Quel programma si concluse con una presentazione che fece dell’idea embrionale l’oggetto di un seed di LVenture Group «con 60mila euro fra cash e servizi».
Il percorso di 6 mesi (da giugno a dicembre del 2014) si è concluso in un investor day «con 40mila euro di fatturato e duemila pezzi venduti in italia. Poi abbiamo iniziato a raccogliere l’interesse di investitori e in una decina di mesi siamo arrivati a chiudere una raccolta di capitali da business angel per 500mila euro».
Da qui, era il 2015, ci sono stati un rafforzamento del team, salito a una decina di persone, investimenti in marketing e l’arrivo di importanti riconoscimenti: «Qualcomm nel 2016 ci ha esposto nel suo stand al Ces di Las Vegas come uno dei migliori casi d’utilizzo dei loro processori».