L'Italia: una fonte di soluzioni per le crisi dell'Unione Europea
L'Italia si conferma come una fonte di soluzioni innovative per le sfide che l'Unione Europea sta affrontando
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«L’Europa si è forgiata nelle crisi e sarà la somma delle soluzioni adottate per quelle crisi». Alzi la mano chi non ha letto almeno una volta questa citazione di Jean Monnet. Sono, invece, in pochi a conoscere che molte delle soluzioni proposte durante momenti difficili per la costruzione dell’Unione europea sono effettivamente originate dall’Italia. Si può ricordare il Consiglio europeo di Roma dell’1 e 2 dicembre 1975, che sancì l’elezione a suffragio universale del Parlamento europeo. E ancora, l’Atto Unico Europeo scaturito dalla riunione conclusiva del semestre italiano di Presidenza Ue, svoltosi a Milano il 28 e il 29 giugno 1985. Sempre a Roma, il vertice dei Capi di Stato del 14 e 15 dicembre 1990 pose le basi per la firma del Trattato di Maastricht, avvenuta il 7 febbraio 1992. Il 29 ottobre 2004, la Capitale ospitò la firma del Trattato e dell’Atto finale che istituiva una Costituzione per l’Europa. Infine, il 25 marzo 2017, i leader dei 27 sottoscrissero la “Dichiarazione di Roma”, celebrando il 60° anniversario dei Trattati e rinnovando la fiducia nel progetto di un’Unione «indivisa e indivisibile».
Ancora una volta, è dall’Italia – o meglio, da due autorevoli italiani – che possono arrivare soluzioni per affrontare una delle crisi più drammatiche che l’Unione sta attraversando. Mario Draghi, con il suo piano di investimenti da 800 miliardi l’anno, ed Enrico Letta, con il suo rapporto sul rafforzamento del mercato unico, sottolineano la necessità di una razionalizzazione per eliminare inefficienze e regolamentarlo in modo più efficace. Una crisi che affonda le sue radici in una delle più profonde e radicali trasformazioni delle relazioni internazionali, accelerata dall’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti. Una trasformazione che richiede non solo una prontezza mai sperimentata nell’ambito delle politiche dell’Unione europea, ma anche la costruzione di una proposta non limitata a un mero aumento della spesa – nazionale o comunitaria – per la difesa. Quello che serve in questo momento è sì rafforzare la sicurezza dei propri cittadini, ma in un quadro più ampio di rilancio dell’economia europea e della sua posizione geostrategica. Pace, protezione e prosperità sono le tre “P” su cui è stata costruita l’Unione e sono i tre cardini che, ancora oggi, devono improntare tutte le iniziative e le politiche che si dovranno realizzare.
Le principali sfide da affrontare riguardano il gap tecnologico fra Unione europea e Stati Uniti e Cina, l’equilibrio fra la traiettoria della transizione ecologica delineata dal Green New Deal e la crescita della competitività europea e il rafforzamento della sicurezza geopolitica attraverso il superamento delle dipendenze. Il filo rosso e la prospettiva, come dicevamo, sono quelli a cui guardano i due Rapporti di Mario Draghi e di Enrico Letta, nonché l’Agenda strategica europea dal 2024 al 2029, che comprende, ma non solo, una riformulazione della Strategia industriale europea in grado di superare i limiti esistenti e rendere l’Unione capace di rispondere alle sfide poste dal nuovo scenario mondiale.
A partire dalla capacità di innovare.
Per rafforzare la posizione europea nel settore della sicurezza e della difesa e favorire una crescita competitiva, è infatti essenziale investire in ricerca e innovazione. In questo contesto, l’Europa dispone di diversi asset strategici su cui puntare per accelerare lo sviluppo di una capacità autonoma e avanzata: le startup europee mostrano grande vitalità e creatività, come dimostra il successo del Fondo per l’Innovazione della Nato, con 1 miliardo di euro di investimenti per sostenere la tecnologia della difesa. Il rapporto pubblicato da Dealroom.com e il Nato Innovation Fund evidenziano un anno record di investimenti nel settore, confermando il ruolo centrale delle startup nella sicurezza e resilienza europea. L’Europa dispone di un’ampia rete di università, centri di ricerca e poli tecnologici, infrastrutture strategiche essenziali. Un’azione mirata di investimento potrebbe potenziare l’innovazione mobilitando più ricercatori.

