Daphné: «Tempi duri, contiamo però su tradizione e innovazione»
La Maison di Sanremo punta su cotone organico e seta sostenibile, mantenendo la tradizione artigiana
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Nata negli anni Sessanta, la maison Daphné di Sanremo, fra le altre clienti famose, ha annoverato la principessa Grace di Monaco, che faceva acquisti durante le gite in Riviera, Maria Callas e Wally Toscanini; e ha vestito pure le cantanti del Festival di Sanremo, da Nilla Pizzi alla Berté. Oggi che il core business è il foulard, insieme con le fragranze, e la clientela è in gran parte estera, Daphné, azienda artigianale guidata da Barbara e Monica Borsotto, figlie dei fondatori (mamma Dafne, che aveva cambiato il nome in Daphné per la sartoria, perché all’epoca era la moda francese a dettare legge, e il marito) scommette sull’equilibrio fra passato e futuro, in antitesi al fast fashion, conciliando tradizione e innovazione anche nei tessuti pregiati e nelle fibre, ecosostenibili e biodegradabili.
Come il cotone organico o la seta sostenibile (con il baco da seta che si nutre di foglie di gelso senza pesticidi), ma anche la fibra di ginestra per la cui lavorazione le due sorelle stanno pensando di riconvertire quattro telai del Settecento - custoditi nel Museo della moda e del profumo Daphné a Sanremo, collegato alla maison - nati per la lavorazione del velluto genovese, e ancora la fibra di legno o l’orange fiber ricavata dallo scarto delle bucce d’arancia, acquistata da un’azienda siciliana al femminile. «Siamo, inoltre, in contatto con un’altra impresa, perché vogliamo recuperare anche la lavorazione del lino e della fibra del mais» aggiunge Barbara Borsotto che oltre ad essere la direttrice artistica dell’azienda di famiglia è anche presidente di Federmoda Cna Liguria.
«Non sono tempi facili – dice -. Soffriamo perché il lavoro artigianale è lungo e la manodopera incide tantissimo, eppure siamo tassati come le industrie. Fare impresa in Italia è già difficile e nel campo dell’artigianato lo è ancora di più. Noi riusciamo a portare avanti l’attività, che comprende anche il museo, ma non ci sentiamo sostenuti. La filiera della moda è difficile. Il costo dei materiali è aumentato e pure i laboratori a cui ci appoggiamo, anche quelli che producono i tessuti, così come le stamperie, ci dicono che hanno ridotto o pensano di chiudere. Tra i fornitori, molti erano aziende di famiglia, ma oggi è tutto cambiato».
Un sostegno possibile, il primo, potrebbe essere una riduzione della pressione fiscale. «E per noi che siamo a Sanremo potrebbe essere un aiuto anche essere presi in considerazione per fare un’outfit che vada al Festival: vestire le presentatrici piuttosto che le vallette», lancia Barbara Borsotto. Del resto, racconta, un tempo gli atelier locali vestivano anche le cantanti del Festival. «Mia madre ha fatto abiti per Nilla Pizzi, Dalida, i Ricchi e poveri, la Bertè, Patty Pravo – ricorda - magari non sempre li indossavano in scena, ma magari per una conferenza stampa. Oggi le cantanti arrivano già con la mise dello stilista, ma perché non proporre che, durante il festival, ci siano anche artigiani italiani e non solo le griffe?».
La clientela è in prevalenza straniera ma si aggiunge a milanesi, bergamaschi e torinesi che hanno le seconde case nella riviera ligure di ponente. «Se non avessimo l’estero e i francesi che frequentano molto la Riviera avremmo già chiuso – sottolinea Barbara Borsotto -. Anche perché fra le ferrovie e le autostrade, arrivare qui è un disastro, per fortuna c’è l’aeroporto di Nizza». Per i foulard e i profumi, fra gli acquirenti ci sono inglesi, americani, belgi che comprano anche online. Senza contare che Daphné i foulard li realizza pure per alcuni bookshop come quello del museo Marmottan Monet di Parigi, per associazioni, enti e occasioni speciali.

