Politiche commerciali

Dazi Usa sulla moda, gli effetti dal calo dell’export al mancato recupero della Cina

Fifth Avenue. Il negozio Louis Vuitton aperto qualche settimana prima di Natale a Manhattan, diventato una destinazione per lo shopping di newyorchesi e turisti

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Gli occhi sono puntati sul mercato a stelle e strisce, con una domanda in testa: se Donald Trump dovesse decidere di applicare i tanto anticipati dazi sui prodotti europei importati negli Usa, quali saranno gli effetti sull’industria della moda italiana, che sta vivendo un momento difficile e di cui gli Stati Uniti sono un cliente importante?

La moda tra i settori più colpiti secondo Prometeia

Il vero focus, soprattutto per la fascia alta del mercato, potrebbe però essere a oltre diecimila chilometri da Washington: in Europa, e in particolare i Paesi produttori di beni potenzialmente colpiti come le auto, e in Cina, l’unico Stato a cui siano stati attualmente applicati ulteriori oneri dalla nuova amministrazione Trump (pari al 10%, dal 4 febbraio). La Repubblica Popolare è un mercato del lusso già in difficoltà, la cui ripresa potrebbe essere ulteriormente posticipata.

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Ulteriori dazi imposti sui prodotti europei importati negli Usa sono ancora un’ipotesi - Trump ha annunciato un aumento del 25% dei tributi sulle auto e altri settori, minacciando di estenderli a tutte le categorie, a partire dal 2 aprile - e tra le aziende vige un clima di incertezza. Secondo uno studio di Prometeia, realizzato già a novembre 2024, la moda sarebbe uno dei settori più colpiti dall’aumento degli oneri: se venissero aumentati del 10% i dazi sui prodotti già tassati sarebbe addirittura il primo comparto industriale italiano per impatto, quasi un miliardo e mezzo di euro, mentre nel caso fossero tassati del 10% indistintamente tutti i prodotti sarebbe seconda solo alla meccanica. Il reale effetto, però, non è calcolabile.

Gli Usa terzo cliente del tessile-moda made in Italy: cosa rischiamo

Ciò che è invece risaputa è l’importanza degli Stati Uniti nella bilancia commerciale della moda italiana: gli Usa sono il terzo cliente del tessile abbigliamento made in Italy in valore, dietro Francia e Germania. Nel 2024 (stando ai dati Istat relativi ai primi dieci mesi, elaborati da Confindustria moda) hanno assorbito il 7,5% del totale del tessile abbigliamento pari a 2,3 miliardi di euro, in aumento del 2,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Sempre tra gennaio e ottobre, invece, il comparto accessori (calzaturiero, pelletteria, conceria, pellicceria) verso gli Usa ha registrato un -7,6% sul 2023. «L’export dei nostri prodotti in Usa nel 2023 aveva già dato un segnale negativo - ha commentato Giovanna Ceolini, presidente di Confindustria Accessori Moda -. Guardiamo con preoccupazione ai dazi annunciati da Donald Trump: potrebbero rappresentare un altro duro colpo per gli accessori moda italiani, quindi per le nostre imprese e i lavoratori: le nostre esportazioni infatti potrebbero subire un drastico ridimensionamento a causa dell’inevitabile aumento dei costi per i consumatori americani e conseguentemente con il calo della loro volontà d’acquisto».

Perché l’effetto sui beni di lusso può essere limitato

I dazi, qualora colpissero i prodotti del tessile-moda-accessori, potrebbero avere un impatto diretto sull’export di beni made in Italy. Un aumento generalizzato dei listini, infatti, potrebbe incidere in negativo sui consumi americani. Ma considerato lo stato attuale delle cose, questo tipo di scenario è il meno probabile. E l’impatto sull’alto di gamma sarebbe il più ridotto.«Non c’è chiarezza su cosa succederà - spiegano Guia Ricci e Filippo Bianchi, entrambi managing director e partner di Bcg - ma per il mercato fashion & luxury riteniamo che questi ipotetici dazi non avrebbero un effetto positivo sui rimpatri delle produzioni negli Usa né un impatto negativo sull’export europeo verso gli Stati Uniti». Ci sono da fare, però delle distinzioni: «Sul mercato del lusso non crediamo ci sarà un impatto: i consumatori al top della piramide sono inelastici ai prezzi e, comunque, il dazio ha effetto sul costo del prodotto e i moltiplicatori, nel segmento dell’alto di gamma, sono il doppio rispetto al mass market: l’aumento del prezzo finale, quindi, sarà molto ridotto. Sul fashion, invece, l’incidenza dell’aumento potrebbe essere maggiore e condizionare i consumi».

Il butterfly effect mette il freno alla ripresa cinese. L’incognita Europa

Ricci e Bianchi vedono però un potenziale “effetto farfalla” sulla Cina: «I dazi potrebbero rallentare ulteriormente la crescita dell’economia cinese e pesare sui consumi del lusso».A temere un effetto indiretto dei tributi è anche Claudia D’Arpizio, senior partner di Bain&Co: «Non credo che la moda sia una priorità commerciale per gli Stati Uniti, specialmente quando si parla di prodotti di alta gamma per i quali non esistono reali possibilità di sostituire le attuali produzioni e portarle lì, visto che le filiere sono radicate in Italia e in Francia - spiega -. I dazi imposti su settori importanti come quello dell’auto, il farmaceutico o i semi conduttori, però, potrebbero portare a una spirale inflattiva e a un calo della Gdp». Secondo D’Arpizio questo potrebbe accadere «in Cina, ma anche in Europa: penso a Paesi come quelli del Nord o alla Germania. In Italia, Francia e Spagna, invece, le presenze turistiche in aumento potrebbero controbilanciare il calo degli acquisti locali».Per sfuggire a un ulteriore aumento dei prezzi - «che alla lunga sarebbe difficile anche per i brand del lusso da non riversare sui consumatori finali, visto che hanno costi fissi molto rigidi», dice D’Arpizio - gli americani potrebbero aumentare gli acquisti all’estero. In Italia stando alle rilevazioni di Global Blue nel 2024 gli americani sono stati la prima nazionalità per spesa tax free.

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