Editoriali

Debito tedesco, tassi e dilemmi della Bce

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I tassi sul debito pubblico tedesco sono saliti, spinti dalle aspettative. Come reagirà la BCE? C’è una posizione massimalista, che considera il fatto per rafforzare la tesi dello stop l’allentamento della politica monetaria. All’opposto c’è una posizione minimalista, che considera invece il fatto irrilevante. Ma c’è una terza opzione: il realismo.

Il punto di partenza: la coalizione di governo che guiderà la Germania ha raggiunto un accordo al fini di aumentare la spesa pubblica di cinquecento miliardi di euro, allentando i vincoli, formali e culturali, in generale sulla espansione di spesa pubblica, deficit e debito, ed in particolare per quel che riguarda le spese nella difesa. Dopo l’annunzio, i tassi sul debito tedesco sono saliti. E’ una reazione che riflette una accoglienza positiva o negativa dei mercati finanziari?

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Una analisi empirica ha applicato all’evento in questione la seguente metodologia: se c’è una notizia di politica economica non attesa, il giudizio dei mercati può essere dedotto guardando una batteria di indicatori. Lo studio mette a confronto due eventi: da un lato l’annunzio di una politica di aumento del deficit e del debito, fatto a sorpresa nel Regno Unito dal governo Truss il 23 settembre 2022; dall’altro, appunto l’annunzio fatto il 4 marzo dalla coalizione guidata da Friedrich Merz. L’annunzio del governo inglese – alla Camera pomposamente battezzato “l’inizio di una nuova era” – fu accolto da un innalzamento dei tassi, accompagnato da un crollo della sterlina e dei mercati azionari, accoppiato ad una impennata degli indicatori di rischio. L’esatto contrario è invece accaduto nei giorni successivi all’annunzio tedesco: tassi più alti sono andati a braccetto con migliori performance dei mercati finanziari, dell’euro, dei termometri del rischio.

La conclusione dello studio è che nel primo caso i mercati hanno abbassato il pollice sull’annunzio inglese – ricordiamo che la tempesta finanziaria si concluse solo con le dimissioni del governo Truss – mentre lo hanno alzato nel caso dell’annunzio tedesco, correlando nel secondo caso la leva del debito a maggiori prospettive di crescita economica.

Ma, a parità di reazione immediata dei mercati, quello che è avvenuto potrà avere un impatto sulle decisioni della BCE? L’analisi degli interventi dei banchieri centrali di Francoforte ci può far individuare almeno tre prospettive. La prima prospettiva si caratterizza per una attenzione massima all’andamento dei tassi sul debito sovrano, in particolare per quel che riguarda i rendimenti sui titoli con le scadenze a più lungo termine. L’attenzione è basata sulla convizione che quei titoli ci dicono in che direzione si sta posizionando quella bussola monetaria che è chiamata tasso neutrale. Per cui se i tassi a lungo termine salgono, la politica della BCE sui tassi non può continuare il percorso di discesa: il rischio sarebbe quello di far ripartire l’inflazione. Ma cosa lega i tassi sovrani a lungo termine alla bussola monetaria?

Il tasso neutrale è quello corrispondente ad una politica che è ottimale quando non c’è bisogno né di una restrizione né di una espansione monetaria. Il quadro congiunturale che giustifica un tasso neutrale corrisponde ad un equilibrio simultaneo del tasso di rendimento reale – che è quello di lungo termine, o naturale – e di quello d’inflazione. Ma come si misura il tasso naturale? In generale, il tasso reale dovrebbe riflettere la produttività degli investimenti, cioè il premio per chi si assume un rischio.

Qui entrano in gioco i massimalisti, che associano il tasso naturale ai rendimenti sui titoli sovrani. Ma è una associazione per alcuni totalmente arbitraria. Infatti: tanto più si pensa che il rendimento sui titoli di stato sia un premio alla sicurezza – il titolo è tanto più cercato tanto più è sicuro, non al crescere della sua rischiosità – tanto più tasso naturale e rendimento sui titoli sovrani sono due cose diverse. Quindi il tasso sovrano non c’entra nulla con la bussola. All’estremo, la banca centrale deve ignorare i tassi sovrani. E’ la posizione minimalista, che trovò una espressione – infelice, se si ricorda cosa accadde sui mercati – nella frase della presidente Lagarde del 12 marzo 2020, quando affermò che “(la BCE) non è qui per chiudere gli spreads”.

C’è una terza opzione? Sì, è il realismo. I tassi sovrani diventano rilevanti solo se interferiscono con il meccanismo di trasmissione della politica monetaria. E’ l’approccio istituzionale della BCE, sancito con la creazione degli interventi monetari straordinari, avvenuta una prima volta nel 2012, poi nel 2022. Sono strumenti mai utilizzati, ma pronti all’uso. Evitando sia i massimalismo che il minimalismo. Che fa rima con il personalismo. Di taluni banchieri centrali.

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