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Declino strutturale italiano e proposte innovative per la crescita

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Il Piano di spesa “ReArm Europe” da 800 miliardi di euro, votato dal Parlamento europeo, che ha creato tensioni nei governi dell’Unione ed anche all’interno dei singoli schieramenti politici, è la testimonianza dell’incapacità delle istituzioni europee di avviare una qualche forma di crescita economica che non sia legata alla logica dell’emergenza. Con quasi 93 milioni di cittadini europei a rischio povertà (Eurostat 2023), la soluzione proposta dalla Ue è “disarmante”, ma ripropone il tema di come finanziare la crescita economica e del suo impatto sul deficit e sul debito pubblico.

L’Unione Europea e l’Italia registrano da anni un trend di declino strutturale, caratterizzato da una sostanziale mancanza di crescita del PIL, stagnazione della produttività multifattoriale, riduzione degli investimenti (passati dal 25 al 22% del PIL) ed una significativa contrazione del credito bancario. Tale dinamica contrasta con l’ascesa di economie emergenti, in primis la Cina, favorite da abbondanti risorse materiali e capacità di attrarre investimenti in settori ad alta intensità tecnologica. Come evidenziato nel Report “Il futuro della competitività europea” redatto da Mario Draghi per la Commissione Europea (2024), il divario richiederebbe investimenti annui pari a 800 miliardi di euro a livello comunitario, di cui oltre 100 miliardi destinati all’Italia.

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Il contesto italiano presenta, come sappiamo, criticità specifiche. Elenchiamo quelle di maggior rilievo:

1 - un elevato debito pubblico, che limita sia la capacità di spesa e comporta il pagamento di quasi 100 miliardi d’interessi passivi l’anno ai detentori ( spesso non residenti) del debito stesso;

2 - la costante riduzione del credito bancario al settore privato ( secondo i dati ufficiali di Banca d’Italia, a novembre 2024 il tasso di variazione dei prestiti alle imprese non finanziarie è risultato pari a -3,6% su base annua);

3 - l’insufficienza cronica di investimenti pubblici e privati (-20% rispetto alla media UE nel quinquennio 2018-2022, fonte Eurostat) che ostacolano la transizione verso modelli produttivi ad alto valore aggiunto.

Per uscire da questa condizione di sofferenza, dopo aver per anni sperimentato fallimentari politiche di austerity, che hanno solo aggravato la situazione, è necessario avviare politiche economiche espansive, in grado di immettere nuove risorse nel sistema economico reale.

Lo strumento innovativo qui proposto, attraverso cui si potrebbero fin da subito implementare queste politiche di spesa, è il SIRE, l’acronimo di “Strumento Integrato di Risparmio Erariale”.

Il SIRE rappresenta un credito d’imposta perpetuo, emesso dallo Stato, trasferibile e indicizzato con un rendimento annuo di circa il 3%. Prima di arricciare il naso e smettere di leggere pensate che Mario Draghi, a pagina 38 della Parte B del suo Report, propone di finanziare gli investimenti con i crediti d’imposta, sottolineando che “rendendo trasferibili questi crediti d’imposta (come avviene negli Stati Uniti), diventerebbero ancora più attraenti per aziende e investitori”. Parole sue …

Come funziona il SIRE

Immaginate una carta di pagamento multifunzionale, la cui unità di conto è il SIRE, collegata ad un CCRF, Conto Corrente di Risparmio Fiscale, aperto gratuitamente a tutti i cittadini e le imprese residenti in Italia, identificato dal loro codice fiscale e simile ad un conto corrente bancario ma con maggiori garanzie perché non è soggetto, ad esempio, al bail-in.

La prima funzione di questa carta è la possibilità di trasferirci euro tramite bonifici, trasformati in questa nuova unità di conto, che può essere utilizzata per fare pagamenti, come qualsiasi carta di pagamento della tua Banca o delle Poste. Posso anche pagarci le tasse dopo due anni, con il vantaggio che nel frattempo l’incremento annuo determina un vero e proprio “Risparmio Erariale”. Potrebbe produrre nel corso del tempo solo un minore gettito fiscale, quando qualcuno deciderà di usarlo per pagare (o ridurre) le tasse, ma grazie al rendimento annuo previsto del 3% esentasse, molti preferiranno tenerlo come riserva di valore piuttosto che spenderlo.

C’è però un’altra possibile funzione: lo Stato, a sua volta, potrebbe utilizzare questa nuova unità di conto per finanziare la spesa pubblica e fare investimenti produttivi. Se, ad esempio, si volesse costruire un nuovo ospedale da 100 milioni di euro, oggi dovrebbe emettere nuovi BTP a 10 anni, che aumentano il debito e comportano alla fine una spesa totale di 150 milioni di euro a causa degli interessi. Mentre invece pagando con 100 milioni di Sire, non aumenta il debito e potrebbe avere solo un minore gettito fiscale dopo due anni, che però, a causa dell’incentivo del 3%, potrebbe essere minore o non arrivare mai.

E c’è ancora di più: lo Stato potrebbe usare questa unità di conto per dare un sostegno a PMI e famiglie in difficoltà, offrendo finanziamenti agevolati attraverso questo strumento Ovviamente il Sire vale solo in Italia, ma può essere sempre ceduto ad una banca per ricevere Euro validi in tutto il mondo.

Vantaggi e svantaggi del SIRE

Il credito d’imposta cedibile non è da considerarsi come debito, perché si tratta di una semplice e futura riduzione del gettito fiscale. Quando lo Stato utilizza questa nuova unità di conto, non sta aumentando il debito pubblico, ma ne trasforma una parte in SIRE, che è uno strumento di scambio che circola nell’economia reale, dando una bella spinta a consumi e investimenti. E grazie all’incremento annuo (quel 3% di tasso di interesse garantito dallo Stato), il potere d’acquisto dei risparmiatori aumenta, proteggendoli dall’inflazione. Non aumenta neppure il deficit, perché grazie all’incremento annuo del 3%, la probabilità che questo strumento diventi un costo per lo Stato è molto bassa, perché è più probabile che venga tesaurizzato o fatto circolare nell’economia, piuttosto che speso per ridurre le tasse. In pratica, lo Stato non ha la certezza di dover “pagare” in termini di minore gettito il Sire, quindi non deve considerarlo neanche nel calcolo del deficit quando viene emesso .

Risultato? Se ad esempio il Governo creasse 100 miliardi in questa nuova unità di conto all’anno per finanziare investimenti pubblici, il debito e il deficit non aumenterebbero, ma il PIL sì. Certo, se tutti corressero a spostare i propri Euro dai conti bancari su questa nuova carte di credito, le riserve delle banche presso la Banca d’Italia (quelle belle 300-400 miliardi di euro che stanno lì a prendere polvere) potrebbero esaurirsi in un batter d’occhio. È sufficiente tuttavia mettere un tetto ai trasferimenti, ad esempio 10.000 euro a testa, per evitare che il sistema bancario vada in tilt. E c’è di più: le banche potrebbero gestire tali nuovo conti, come fossero conti titoli. Così, oltre a fidelizzare i clienti, si intascano commissioni e provvigioni, trasformando un potenziale problema in un’opportunità. Le banche guadagnano, i risparmiatori sono contenti e il sistema resta in equilibrio.

Riassumiamo. L’adozione del SIRE consentirebbe di:

- rilanciare gli investimenti pubblici senza peggiorare il nostro standing rispetto ai parametri di Maastricht;

- ridurre lo stock di debito tramite conversione parziale in SIRE del risparmio dei residenti ora immobilizzato sui conti correnti od investito in asset rischiosi;

- di creare un circuito fiscale virtuoso, nel quale ogni scambio in SIRE realizzato sulla piattaforma “Conto Italia” tramite bonifici o una carta magnetica nominativa per ciascun cittadino od impresa residente, genera una entrata e nuovo gettito per lo Stato, che compenserà ampiamente lo sconto fiscale concesso, producendo sviluppo, ricchezza ed un maggior benessere collettivo.

Il SIRE rappresenta una soluzione di financial engineering istituzionale che coniuga innovazione di politica fiscale e disciplina di bilancio. La sua compatibilità con il quadro UE, unita alla flessibilità operativa, lo rende il candidato ideale per il superamento del dualismo tra sostenibilità del debito e necessità di crescita economica per il nostro Paese. Perché non provare?

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