Di generazione in generazione, il design italiano è un ritratto di famiglia
Sono vicende che partono da lontano, quando artigiani-imprenditori hanno gettato le basi di quelle che oggi sono le aziende simbolo del made in Italy.
12' min read
12' min read
A studiare la genesi delle aziende del mobile nel distretto milanese, i nomi che disegnano l’eccellenza manifatturiera e artigianale del made in Italy nel mondo, la sensazione è di rintracciare un pattern definito e riconoscibile. Molti percorsi calcano le medesime tappe nei medesimi tempi. I fondatori protagonisti di queste avventure imprenditoriali, partite come botteghe di legnamè – falegnami, in dialetto, la lingua ufficiale degli esordi – spesso si conoscono, sono amici, condividono passione e competizione, procedendo di pari passo. Crescono quasi allo stesso ritmo, dagli anni della fondazione fino a oggi. Gli ultimi dati di FederlegnoArredo parlano di un fatturato che nel 2022 solo in quest’area ha superato i 5,1 miliardi di euro. Il minimo comune denominatore del successo va rintracciato proprio nelle radici, in quei bisnonni e nonni vicini di casa che hanno trasmesso il mestiere ai figli. È la famiglia la chiave di lettura più puntuale del processo alchemico che ha condotto agli exploit internazionali: in Brianza, con poche esclusioni, anche se di peso, le redini del business fondato dagli avi sono oggi nelle mani della terza o quarta generazione. Successori che raccolgono l’heritage, sviluppano i profitti, e ovviamente l’identità di un brand, che spesso porta – non a caso – il nome di famiglia. «Artigiani, ebanisti, mobilieri. I fondatori sono stati fondamentali, erano personalità di eccezione», spiega Francesco Scullica, direttore scientifico del master Interior design del Politecnico di Milano. «Grandi lavoratori, instancabili, con profondo senso del dovere, abnegazione e un intuito che già a cavallo delle due guerre li ha portati sia a insegnare alle maestranze sia a dialogare con architetti e designer – Albini, Ponti, Terragni… – in cerca di nuove soluzioni». Uno spirito pionieristico, la flessibilità e il coraggio di rischiare in primis il patrimonio personale per trasformare i laboratori in aziende, le connessioni con esponenti del mondo della cultura, non secondario. Figure ibride, a metà tra artigiani e imprenditori, alcuni con alle spalle la Scuola d’Arte (a Milano e soprattutto a Cantù, la più nota), altri autodidatti, che vanno oltre i mobili in stile per interpretare le nuove esigenze dell’abitare del dopoguerra. Colgono l’importanza delle Triennali e, nel 1961, del primo Salone del Mobile, l’occasione per fare sistema, diventare competitivi, in un circolo virtuoso che si autoalimenta. Il passaggio alle generazioni successive non è sempre stato fluido né scontato: «Mandano i figli a studiare economia, ingegneria, architettura, magari all’estero. Li fanno viaggiare e confrontare con più mercati, sempre senza rinnegare l’approccio italiano, che costituisce un elemento di forza», continua Scullica. Sono questi giovani uomini, ma anche donne – le prime a raccogliere l’eredità di famiglia –, che interpretano l’innovazione tecnologica, si aprono al contract, traghettano il business verso un alto artigianato 4.0. Oggi il testimone è raccolto da nipoti e pronipoti, ormai la terza e quarta generazione a cui tocca affrontare nuove sfide: per citarne due, la sostenibilità di produzioni sempre maggiori e la presenza capillare sui mercati esteri. Guidano imprese incardinate nel tessuto finanziario globale, e qui si apre un capitolo complesso. Famiglia significa tante cose: tra eredi riluttanti e interessi divergenti (il ricordo della fiction Succession è ancora fresco), ci sono state, anche nel mondo dell’arredo, molte aziende vendute a fondi internazionali. «Le famiglie più lungimiranti mandano i figli a fare esperienza in altre realtà e se poi sono interessati, li prendono a bordo. Altre liquidano i rami passivi, con dividendi o equity. Altre ancora decidono di vendere», racconta Federico Bonelli, retail, fashion & luxury leader di EY Europe West. «Il design made in Italy, nonostante sia partito prima della moda, cronologicamente, ha dimensioni meno consistenti: 18 miliardi di fatturato contro 250». Su 2.477 aziende attive nel settore, 160 superano i 10 milioni di fatturato, di queste 135 sono a conduzione familiare e nel 2021 avevano un fatturato medio di 36 milioni; le 25 investite dal private equity hanno un fatturato medio di 56 milioni. «La differenza con il fashion, dove ci sono pochi gruppi internazionali che detengono molti brand, è principalmente nel management. Nei family business i ruoli dirigenziali sono di solito coperti dai parenti, il che può essere una fortuna oppure no. Mentre la moda tende ad avvalersi di specialisti esterni a cui dà deleghe e potere. Arrivare a vendere non è necessario, lo step abilitante può essere invece l’apertura a manager di qualità». Esattamente come è stato fatto sul fronte creativo negli anni Sessanta quando, per crescere, erano stati chiamati i primi designer e architetti. Nel difficile interregno tra emancipazione consapevole e aggiornamento costante, le dinastie del mobile italiano si muovono con passi misurati, continuando con quello che sanno fare meglio: i pezzi belli e ben fatti amati in tutto il mondo.
Tutti intorno a un camino
Esiste una casa a Meda, in provincia di Monza, che è un nido. Le pareti sono rivestite di seta rosa cinese e un grande camino in rame martellato occupa il centro del living, sospeso a un metro da terra. I mobili portano la firma dell’architetto Gigi Radice, disegnati a metà degli anni Sessanta su commissione del proprietario, Alberto Minotti, figlio di un artigiano brianzolo. Alberto nel 1948, seguendo le orme del padre, aveva iniziato a muovere i primi passi nella produzione di divani classici, con braccioli tondi che lui stesso lavorava puntando geometricamente tutte le pieghe a una velocità e precisione ancora leggendarie in famiglia. Attenzione ai dettagli frutto di un’intelligenza artigiana che trasmetteva alle giovani maestranze, una ventina di operai in tutto. Il piccolo laboratorio piano piano era cresciuto fino a fargli avvertire la necessità – per compiere il passo verso una produzione di segno moderno – di coinvolgere suggestioni esterne. Da qui la chiamata di Radice, che ha firmato – oltre alla casa e all’architettura della fabbrica – le prime collezioni, e che è diventato amico di famiglia. Roberto, figlio di Alberto, ricorda ancora quando, a sette anni, Radice gli ha domandato che cosa volesse fare da grande: “Diventa architetto, come me”, il suggerimento. Detto, fatto. Oggi Roberto e il fratello Renato tengono le redini della Minotti spa, in cui hanno fatto ingresso anche i figli Alessandro, Alessio, Susanna e Leonardo, ciascuno con la propria specificità dopo percorsi di studi diversi. La vocazione dell’impresa è internazionale, l’export occupa l’85 per cento di un fatturato che nel 2022 ha raggiunto i 230 milioni di euro e nel polo produttivo, sviluppatosi attorno alla prima sede, sempre a Meda, lavorano 300 persone. Si definiscono un’azienda di medie/grandi dimensioni – conoscono personalmente i maggiori clienti – che non vuole cedere ai corteggiamenti di fondi di investimento o partner finanziari. In una famiglia cresciuta attorno al culto del fondatore Alberto – mancato prematuramente nel 1991 – le performance e i numeri valgono quanto l’impegno a mantenere vivo il sapore delle origini. I Minotti lo hanno fatto per 25 anni con Rodolfo Dordoni, architetto razionalista e decoratore, coordinatore di tutte le collezioni, fino alla sua scomparsa, la scorsa estate. Tante le collaborazioni con nomi come Marcio Kogan, Nendo, Gordon Guillaumier. Molti mobili di Radice dettano ancora il passo, oggi rinati con il senso del tempo e del futuro, tra pelle, cuoio, legno, marmo, metallo, tessuti, schiumati, le ultime novità fronte sostenibilità e le innovazioni tecnologiche. Il legame con il territorio, da queste parti, è forte a tal punto che ci sono maestranze che trascorrono una vita nello stesso laboratorio. Nello stabilimento dei Minotti lavorano ancora artigiani che hanno imparato il mestiere da Alberto e che tramandano il suo lucido punto di vista: il lusso è precisione della cucitura, attenzione ai dettagli e ai materiali. Per il 70esimo anniversario, nel 2018, l’azienda ha voluto ricreare al Salone del Mobile – a cui ha aderito fin dalla prima edizione – lo stile della casa di Meda, tuttora abitata: la nuova collezione è stata disposta intorno a un camino sospeso, centrale. Forse è proprio il camino il simbolo della famiglia, quell’idea di coesione e convivialità condivisa. Non a caso era presente nel primo flagship store inaugurato fuori dall’Italia, nel 1986 a Bangkok. Ancora oggi, in ogni flagship store nel mondo – 53 in tutto – ce n’è uno. ( minotti.com )
Best seller dal secolo breve
In quale momento preciso un’idea diventa un successo? Al museo di Bonacina a Lurago d’Erba si vede una foto in bianco e nero che ritrae, negli anni Venti, la regina Margherita su una sedia Brando. Si scoprono i volti sorridenti di Gianni Agnelli e donna Marella nella villa di St. Moritz, insieme ai loro Husky, seduti sulle 1925/1, e il registro con la commessa per 800 sedute MdO’ ideate da Gae Aulenti e destinate al Musée d’Orsay. Quello che più colpisce è una data, il 1961, anno in cui Giovanni Bonacina, che nel 1889 aveva fondato l’azienda di famiglia, viene a mancare. In quel momento, a metà del secolo breve, mentre c’erano aziende che iniziavano a muovere i primi passi nel mondo del mobile, lui aveva già chiuso il cerchio: aveva creato un brand interprete dell’alto artigianato made in Italy, lo aveva esportato, collaborando con i grandi nomi del design – donne comprese. Precursore lo era stato nell’intuizione: giovanissimo studente alla Scuola di Arti e mestieri a Milano era entrato in contatto con alcuni professori olandesi, che gli avevano fatto conoscere una pianta erbacea dalla grande versatilità: il giunco. Ai tempi l’Olanda se ne approvvigionava dall’Indonesia, una delle sue colonie. Qui il lampo di un’idea: perché non importarla e sostituirla al vimini, materiale povero molto diffuso in Brianza, dove i contadini intrecciavano le ceste, per creare mobili resistenti? Dopo oltre 135 anni alcuni dei pezzi che ha disegnato a fin de siècle sono ancora in produzione, rinnovati, ma tuttora best seller: l’intuizione iniziale è stata un successo, e il primo listino per l’esportazione è arrivato nel 1925. A supportarlo c’erano da un lato le ville dell’aristocrazia e la nuova borghesia milanese, che avevano intuito il valore di un prodotto artigianale già moderno, costruito con giunco e midollino – ancora la cifra stilistica del brand –, e dall’altro 100 cestai che sapevano piegarlo, forgiarlo, fletterlo nella fabbrica a Lurago d’Erba, la stessa di oggi. Due aneddoti di quell’epoca: i canestri destinati agli alpini, che servivano a trasportare le munizioni a dorso di mulo durante la guerra, e le poltroncine prestate ai primi cinema all’aperto della zona. Vittorio Bonacina, seconda generazione, è entrato in azienda in quegli anni di euforia da rinascita. Ha affiancato il padre al disegno, e insieme hanno capito il valore delle collaborazioni, spalancando le porte agli architetti del Politecnico di Milano, curiosi di sperimentare quel materiale così inusuale. È arrivata una ventata di idee e progetti che ha portato il catalogo a ospitare 150 nuovi prodotti tra gli anni Cinquanta e Settanta. Su tutti: la Margherita di Franco Albini, Medaglia d’Oro alla IX Triennale di Milano nel 1951. La Continuum di Gio Ponti, che oggi festeggia 60 anni. La Primavera di Franca Helg, la “gran dama dell’architettura”. Oggi Mario e la moglie Antonia – terza generazione –, insieme ai figli Elia e Margherita – quarta generazione – portano avanti l’azienda. La ricetta è quella di famiglia: sono loro a disegnare e adattare i pezzi, rispettosi del catalogo storico, ma ancora aperti ai nuovi designer. Mario ha lavorato con Renzo Mongiardino, Gae Aulenti e Federico Forquet. Poi sono arrivati Piero Lissoni, Mattia Bonetti e Francis Sultana. Nel 2015 l’allora 25enne Elia Bonacina ha deciso di acquisire il brand “Pierantonio Bonacina” – di proprietà di un altro ramo della famiglia –, che ha portato in dote il mondo dell’outdoor realizzato con una fibra estrusa dal pvc, riciclata e riciclabile, che mima fedelmente la trama del midollino. Intanto, in azienda, gli artigiani più esperti continuano a insegnare il mestiere ai giovani: negli anni la tecnologia ha dato un contributo, ma, come due secoli fa, è sempre la gestualità a governare il giunco. Che si piega ma non si spezza, malleabile ai cambiamenti, interprete di visioni. ( bonacina1889.it )









