Grandi dinastie

Di generazione in generazione, il design italiano è un ritratto di famiglia

Sono vicende che partono da lontano, quando artigiani-imprenditori hanno gettato le basi di quelle che oggi sono le aziende simbolo del made in Italy.

di Caterina Maconi

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A studiare la genesi delle aziende del mobile nel distretto milanese, i nomi che disegnano l’eccellenza manifatturiera e artigianale del made in Italy nel mondo, la sensazione è di rintracciare un pattern definito e riconoscibile. Molti percorsi calcano le medesime tappe nei medesimi tempi. I fondatori protagonisti di queste avventure imprenditoriali, partite come botteghe di legnamè – falegnami, in dialetto, la lingua ufficiale degli esordi – spesso si conoscono, sono amici, condividono passione e competizione, procedendo di pari passo. Crescono quasi allo stesso ritmo, dagli anni della fondazione fino a oggi. Gli ultimi dati di FederlegnoArredo parlano di un fatturato che nel 2022 solo in quest’area ha superato i 5,1 miliardi di euro. Il minimo comune denominatore del successo va rintracciato proprio nelle radici, in quei bisnonni e nonni vicini di casa che hanno trasmesso il mestiere ai figli. È la famiglia la chiave di lettura più puntuale del processo alchemico che ha condotto agli exploit internazionali: in Brianza, con poche esclusioni, anche se di peso, le redini del business fondato dagli avi sono oggi nelle mani della terza o quarta generazione. Successori che raccolgono l’heritage, sviluppano i profitti, e ovviamente l’identità di un brand, che spesso porta – non a caso – il nome di famiglia. «Artigiani, ebanisti, mobilieri. I fondatori sono stati fondamentali, erano personalità di eccezione», spiega Francesco Scullica, direttore scientifico del master Interior design del Politecnico di Milano. «Grandi lavoratori, instancabili, con profondo senso del dovere, abnegazione e un intuito che già a cavallo delle due guerre li ha portati sia a insegnare alle maestranze sia a dialogare con architetti e designer – Albini, Ponti, Terragni… – in cerca di nuove soluzioni». Uno spirito pionieristico, la flessibilità e il coraggio di rischiare in primis il patrimonio personale per trasformare i laboratori in aziende, le connessioni con esponenti del mondo della cultura, non secondario. Figure ibride, a metà tra artigiani e imprenditori, alcuni con alle spalle la Scuola d’Arte (a Milano e soprattutto a Cantù, la più nota), altri autodidatti, che vanno oltre i mobili in stile per interpretare le nuove esigenze dell’abitare del dopoguerra. Colgono l’importanza delle Triennali e, nel 1961, del primo Salone del Mobile, l’occasione per fare sistema, diventare competitivi, in un circolo virtuoso che si autoalimenta. Il passaggio alle generazioni successive non è sempre stato fluido né scontato: «Mandano i figli a studiare economia, ingegneria, architettura, magari all’estero. Li fanno viaggiare e confrontare con più mercati, sempre senza rinnegare l’approccio italiano, che costituisce un elemento di forza», continua Scullica. Sono questi giovani uomini, ma anche donne – le prime a raccogliere l’eredità di famiglia –, che interpretano l’innovazione tecnologica, si aprono al contract, traghettano il business verso un alto artigianato 4.0. Oggi il testimone è raccolto da nipoti e pronipoti, ormai la terza e quarta generazione a cui tocca affrontare nuove sfide: per citarne due, la sostenibilità di produzioni sempre maggiori e la presenza capillare sui mercati esteri. Guidano imprese incardinate nel tessuto finanziario globale, e qui si apre un capitolo complesso. Famiglia significa tante cose: tra eredi riluttanti e interessi divergenti (il ricordo della fiction Succession è ancora fresco), ci sono state, anche nel mondo dell’arredo, molte aziende vendute a fondi internazionali. «Le famiglie più lungimiranti mandano i figli a fare esperienza in altre realtà e se poi sono interessati, li prendono a bordo. Altre liquidano i rami passivi, con dividendi o equity. Altre ancora decidono di vendere», racconta Federico Bonelli, retail, fashion & luxury leader di EY Europe West. «Il design made in Italy, nonostante sia partito prima della moda, cronologicamente, ha dimensioni meno consistenti: 18 miliardi di fatturato contro 250». Su 2.477 aziende attive nel settore, 160 superano i 10 milioni di fatturato, di queste 135 sono a conduzione familiare e nel 2021 avevano un fatturato medio di 36 milioni; le 25 investite dal private equity hanno un fatturato medio di 56 milioni. «La differenza con il fashion, dove ci sono pochi gruppi internazionali che detengono molti brand, è principalmente nel management. Nei family business i ruoli dirigenziali sono di solito coperti dai parenti, il che può essere una fortuna oppure no. Mentre la moda tende ad avvalersi di specialisti esterni a cui dà deleghe e potere. Arrivare a vendere non è necessario, lo step abilitante può essere invece l’apertura a manager di qualità». Esattamente come è stato fatto sul fronte creativo negli anni Sessanta quando, per crescere, erano stati chiamati i primi designer e architetti. Nel difficile interregno tra emancipazione consapevole e aggiornamento costante, le dinastie del mobile italiano si muovono con passi misurati, continuando con quello che sanno fare meglio: i pezzi belli e ben fatti amati in tutto il mondo.

Tutti intorno a un camino

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La famiglia Minotti. Da sinistra, Alessandro, Roberto,Leonardo, Renato, Alessio e Susanna Minotti. Roberto e Renato sono i co-ceo della Minotti spa, fondata dal padre Alberto nel 1948.

Esiste una casa a Meda, in provincia di Monza, che è un nido. Le pareti sono rivestite di seta rosa cinese e un grande camino in rame martellato occupa il centro del living, sospeso a un metro da terra. I mobili portano la firma dell’architetto Gigi Radice, disegnati a metà degli anni Sessanta su commissione del proprietario, Alberto Minotti, figlio di un artigiano brianzolo. Alberto nel 1948, seguendo le orme del padre, aveva iniziato a muovere i primi passi nella produzione di divani classici, con braccioli tondi che lui stesso lavorava puntando geometricamente tutte le pieghe a una velocità e precisione ancora leggendarie in famiglia. Attenzione ai dettagli frutto di un’intelligenza artigiana che trasmetteva alle giovani maestranze, una ventina di operai in tutto. Il piccolo laboratorio piano piano era cresciuto fino a fargli avvertire la necessità – per compiere il passo verso una produzione di segno moderno – di coinvolgere suggestioni esterne. Da qui la chiamata di Radice, che ha firmato – oltre alla casa e all’architettura della fabbrica – le prime collezioni, e che è diventato amico di famiglia. Roberto, figlio di Alberto, ricorda ancora quando, a sette anni, Radice gli ha domandato che cosa volesse fare da grande: “Diventa architetto, come me”, il suggerimento. Detto, fatto. Oggi Roberto e il fratello Renato tengono le redini della Minotti spa, in cui hanno fatto ingresso anche i figli Alessandro, Alessio, Susanna e Leonardo, ciascuno con la propria specificità dopo percorsi di studi diversi. La vocazione dell’impresa è internazionale, l’export occupa l’85 per cento di un fatturato che nel 2022 ha raggiunto i 230 milioni di euro e nel polo produttivo, sviluppatosi attorno alla prima sede, sempre a Meda, lavorano 300 persone. Si definiscono un’azienda di medie/grandi dimensioni – conoscono personalmente i maggiori clienti – che non vuole cedere ai corteggiamenti di fondi di investimento o partner finanziari. In una famiglia cresciuta attorno al culto del fondatore Alberto – mancato prematuramente nel 1991 – le performance e i numeri valgono quanto l’impegno a mantenere vivo il sapore delle origini. I Minotti lo hanno fatto per 25 anni con Rodolfo Dordoni, architetto razionalista e decoratore, coordinatore di tutte le collezioni, fino alla sua scomparsa, la scorsa estate. Tante le collaborazioni con nomi come Marcio Kogan, Nendo, Gordon Guillaumier. Molti mobili di Radice dettano ancora il passo, oggi rinati con il senso del tempo e del futuro, tra pelle, cuoio, legno, marmo, metallo, tessuti, schiumati, le ultime novità fronte sostenibilità e le innovazioni tecnologiche. Il legame con il territorio, da queste parti, è forte a tal punto che ci sono maestranze che trascorrono una vita nello stesso laboratorio. Nello stabilimento dei Minotti lavorano ancora artigiani che hanno imparato il mestiere da Alberto e che tramandano il suo lucido punto di vista: il lusso è precisione della cucitura, attenzione ai dettagli e ai materiali. Per il 70esimo anniversario, nel 2018, l’azienda ha voluto ricreare al Salone del Mobile – a cui ha aderito fin dalla prima edizione – lo stile della casa di Meda, tuttora abitata: la nuova collezione è stata disposta intorno a un camino sospeso, centrale. Forse è proprio il camino il simbolo della famiglia, quell’idea di coesione e convivialità condivisa. Non a caso era presente nel primo flagship store inaugurato fuori dall’Italia, nel 1986 a Bangkok. Ancora oggi, in ogni flagship store nel mondo – 53 in tutto – ce n’è uno. ( minotti.com )

Dall’alto a sinistra, in senso orario, Roberto e Renato Minotti, co-ceo dell’azienda fondata dal padre Alberto nel 1948 a Meda(Mb). Poltrona Raphael, design Gam Fratesi (2023) con rivestimento in pelle nabuk color oro. Il flagship store Minotti di Praga. Contenitore living Superblocks, design Marcio Kogan / studio mk27 (2023): la struttura è in palissandro Santos, l’elemento superiore è in marmo marron damasco.Un ritratto del fondatore, Alberto Minotti. Divano Ile, Gigi Radice design / Minotti Historic Archive: fa parte di Albert&Ile, famiglia di sedute rieditata nel 2018 in occasione del 70esimo anniversario dell’azienda. Poltrona Small Torii Bold, nendo design (2023): lo schienale è ritmato da trapuntature a doghe verticali e da un piping, qui in ecopelle. Un’immagine d’epoca del fondatore Alberto Minotti insieme alla moglie Ileana Riva Minotti, attuale presidente onorario del brand. L’esterno dell’head quarter di Minotti, a Meda (Mb). Divano Albert, Gigi Radice design / Minotti HistoricArchive, sempre parte del progetto Albert&Ile per il 70esimo anniversario dell’azienda. ©Thomas Pagani. Vojtech Veskrna. Courtesy of Minotti S.p.A

Best seller dal secolo breve

La famiglia Bonacina, proprietaria di Bonacina 1889. Da destra, il presidente onorario Mario Bonacina, terza generazione in azienda, insieme alla moglie Antonia(vicepresidente) e ai figli Margherita(product art director) ed Elia (ceo).

In quale momento preciso un’idea diventa un successo? Al museo di Bonacina a Lurago d’Erba si vede una foto in bianco e nero che ritrae, negli anni Venti, la regina Margherita su una sedia Brando. Si scoprono i volti sorridenti di Gianni Agnelli e donna Marella nella villa di St. Moritz, insieme ai loro Husky, seduti sulle 1925/1, e il registro con la commessa per 800 sedute MdO’ ideate da Gae Aulenti e destinate al Musée d’Orsay. Quello che più colpisce è una data, il 1961, anno in cui Giovanni Bonacina, che nel 1889 aveva fondato l’azienda di famiglia, viene a mancare. In quel momento, a metà del secolo breve, mentre c’erano aziende che iniziavano a muovere i primi passi nel mondo del mobile, lui aveva già chiuso il cerchio: aveva creato un brand interprete dell’alto artigianato made in Italy, lo aveva esportato, collaborando con i grandi nomi del design – donne comprese. Precursore lo era stato nell’intuizione: giovanissimo studente alla Scuola di Arti e mestieri a Milano era entrato in contatto con alcuni professori olandesi, che gli avevano fatto conoscere una pianta erbacea dalla grande versatilità: il giunco. Ai tempi l’Olanda se ne approvvigionava dall’Indonesia, una delle sue colonie. Qui il lampo di un’idea: perché non importarla e sostituirla al vimini, materiale povero molto diffuso in Brianza, dove i contadini intrecciavano le ceste, per creare mobili resistenti? Dopo oltre 135 anni alcuni dei pezzi che ha disegnato a fin de siècle sono ancora in produzione, rinnovati, ma tuttora best seller: l’intuizione iniziale è stata un successo, e il primo listino per l’esportazione è arrivato nel 1925. A supportarlo c’erano da un lato le ville dell’aristocrazia e la nuova borghesia milanese, che avevano intuito il valore di un prodotto artigianale già moderno, costruito con giunco e midollino – ancora la cifra stilistica del brand –, e dall’altro 100 cestai che sapevano piegarlo, forgiarlo, fletterlo nella fabbrica a Lurago d’Erba, la stessa di oggi. Due aneddoti di quell’epoca: i canestri destinati agli alpini, che servivano a trasportare le munizioni a dorso di mulo durante la guerra, e le poltroncine prestate ai primi cinema all’aperto della zona. Vittorio Bonacina, seconda generazione, è entrato in azienda in quegli anni di euforia da rinascita. Ha affiancato il padre al disegno, e insieme hanno capito il valore delle collaborazioni, spalancando le porte agli architetti del Politecnico di Milano, curiosi di sperimentare quel materiale così inusuale. È arrivata una ventata di idee e progetti che ha portato il catalogo a ospitare 150 nuovi prodotti tra gli anni Cinquanta e Settanta. Su tutti: la Margherita di Franco Albini, Medaglia d’Oro alla IX Triennale di Milano nel 1951. La Continuum di Gio Ponti, che oggi festeggia 60 anni. La Primavera di Franca Helg, la “gran dama dell’architettura”. Oggi Mario e la moglie Antonia – terza generazione –, insieme ai figli Elia e Margherita – quarta generazione – portano avanti l’azienda. La ricetta è quella di famiglia: sono loro a disegnare e adattare i pezzi, rispettosi del catalogo storico, ma ancora aperti ai nuovi designer. Mario ha lavorato con Renzo Mongiardino, Gae Aulenti e Federico Forquet. Poi sono arrivati Piero Lissoni, Mattia Bonetti e Francis Sultana. Nel 2015 l’allora 25enne Elia Bonacina ha deciso di acquisire il brand “Pierantonio Bonacina” – di proprietà di un altro ramo della famiglia –, che ha portato in dote il mondo dell’outdoor realizzato con una fibra estrusa dal pvc, riciclata e riciclabile, che mima fedelmente la trama del midollino. Intanto, in azienda, gli artigiani più esperti continuano a insegnare il mestiere ai giovani: negli anni la tecnologia ha dato un contributo, ma, come due secoli fa, è sempre la gestualità a governare il giunco. Che si piega ma non si spezza, malleabile ai cambiamenti, interprete di visioni. ( bonacina1889.it )

Dall’alto, in senso orario, Valentino Garavani seduto sulla poltrona Eureka, design Giovanni Travasa, nella sua casa a Roma nel 1967, fotografato da Pierre Boulat per “Life Magazine”. La seduta“Primavera” (1967), design Franca Helg, con struttura ingiunco e intreccio in Canna d’India e cuscino in poliuretano. Giovanni Bonacina, il fondatore dell’azienda. Uno scatto della produzione. La regina Margherita seduta sulla poltroncina Brando bicolor a Villa Margherita, a Bordighera. Poltrona in giunco Nastro, design Joe Colombo (1964), con struttura in Manao scortecciato e curvato a vapore, qui nelle varianti delle due lacche Ambra e Aubergine. Seduta Continuum, realizzata da Gio Ponti nel 1963.Un allestimento all’interno della Galleria Bonacina a Lurago d’Erba (Co) nell’area dedicata alla collezione Contemporanei: sono presenti le sedie Miss B, la chaise longue P.3S, il divano modulare Flo e due poltrone Gala. I riconoscimenti ottenuti dal fondatore Giovanni Bonacina a inizio Novecento perla sua attività imprenditoriale. ©De Agostini Editorial/GETTY IMAGES. Pierre Boulat , Life Magazine. Filippo Ferrarese , Davide Gallizio. Bonacina, Archivio Storico Bonacina.

I pizzi di Cantù e il lusso dell’imperfetto

La famiglia Porro, a capo dell’omonima ditta fondata nel 1925. Maria Porro, responsabile marketing e comunicazione e quarta generazione in azienda, insieme alla terza generazione. Da sinistra,Giovanni (direttore di produzione), Lorenzo (presidente), Danilo(responsabile Ced) e Fabio Porro(direttore divisione contract). ©Matteo Carassale

Carlo Porro ha suonato per anni, la domenica, l’organo della chiesa di Montesolaro di Carimate. Lo ha fatto per passione, ma con grande sforzo, perché i polpastrelli delle sue mani erano letteralmente consumati dal lavoro di bottega: levigare, piallare, sagomare, rivestire. A insegnargli il mestiere erano stati il padre e lo zio, i fratelli Giulio e Stefano Porro, che nel 1925 avevano aperto il primo laboratorio per la produzione di arredi in stile destinati alla borghesia milanese. Un’attività partita come una cooperativa, finanziata dalla chiesa locale, a cui si affiancava la coltura del baco da seta, tipica della zona, per arrotondare gli introiti insufficienti. Due generazioni di artigiani ca’ e botega – casa e bottega, in brianzolo: se dalla Scuola d’arte di Cantù, Carlo aveva assorbito l’approccio classico (e i nipoti conservano ancora i suoi disegni di mobili dai fregi barocchi), insieme ai cugini Silvio e Arturo e grazie ai consigli dell’architetto Giulio Moscatelli, ha virato sul moderno. Nell’euforia postbellica, la voglia di rivalsa e le tante case da arredare segnano la strada: l’azienda, crescendo, ha bisogno di nuovi spazi. Nasce un altro polo, l’attuale, sempre a Montesolaro. Carlo però fa registrare la neonata sede in una fantomatica “via per Cantù”, inesistente, allo scopo di fare breccia nel cuore dei clienti esteri: ai tempi Cantù era un prestigioso polo dell’arredo. Quell’intuizione è, di fatto, l’avvio dell’internazionalizzazione del brand (oggi l’export rappresenta il 70 per cento del fatturato). Ed è curioso ricordare come, al primo Salone del Mobile, nel 1961, la moglie di Carlo, Flora, abbellisse i comò esposti in fiera con i pizzi di Cantù che lei stessa ricamava al tombolo. Da quell’anno, l’azienda non ha mai mancato un’edizione del Salone e oggi Maria Porro ne è diventata la presidente, prima donna a ricoprire questo incarico accettando di raccogliere la sfida nel pieno della crisi del Covid. Prima però di arrivare a lei (quarta generazione) e ai suoi cugini ventenni, Giulio e Giovanni, anch’essi entrati di recente in azienda, la storia imprenditoriale e familiare è stata portata avanti dalla terza: Lorenzo (l’attuale presidente), Fabio, Giovanni e Danilo Porro. Sono loro ad avviare negli anni Ottanta la collaborazione con Piero Lissoni, compagno di studi di Lorenzo al Politecnico, e autore dei primi pezzi iconici, come la sedia Camogli. Poi le collaborazioni si allargano, da Alessandro Mendini fino a GamFratesi. La tecnologia, i primi computer con software di disegno, i mobili che da “bloccati” passano “a sistema”: tutti momenti disruptive, com’è l’evoluzione da artigianato a industria creativa. Eppure, il legame con le radici resta fortissimo. Ancora oggi a Maria Porro – un passato artistico di scenografa e costumista, con una laurea all’Accademia di Brera, un presente super impegnato fra tre figli, la presidenza del Salone e gli incarichi in azienda – piace ricordare l’amore per l’imperfetto del suo bisnonno: un segno di unicità e autenticità, di una materia viva come il legno e di artigianalità manuale, opposta alla serialità. Il segreto, in un secolo di storia, è cambiare, ingrandirsi, innovare, diversificare, restando se stessi. ( porro.com )

Dall’alto e in senso orario, scrittoio con piano a ribalta e partizioni interne, collezioneLinea di Alessandro Mendini (2023). Poltrona Romby, con base girevole in massello di frassino tinto nero, design Gam Fratesi (2020). TavoloMetallico, in lamiera di alluminio verniciata rosso antico, design Piero Lissoni (2011). Armadio trasparente Storage, design Piero Lissoni + CRS Porro (2000). Composizione per la zona giorno, sistema di contenitori Modern, design Piero Lissoni +CRS Porro (1994). Un ritratto di Maria Porro, quarta generazione in azienda, dove ricopre il ruolo di responsabile marketing e comunicazione. Attualmente Maria Porro è presidente del Salone del Mobile, prima donna a ricoprire questo ruolo. Madia chiusa con due ante battenti, collezione Linea di Alessandro Mendini (2023). Tavolo Ferro, in lamiera piegata e saldata verniciata nero lucido, design Piero Lissoni (1994).

La formazione prima di tutto

I fondatori e proprietari di Poliform, i cugini Spinelli e Anzani. Da sinistra, Alberto e AldoSpinelli, Giovanni Anzani: tutti e tre sono ceo dell’azienda e si alternano alla presidenza ogni tre anni

Quando, nel 1970, i cugini Giovanni Anzani, Aldo e Alberto Spinelli prendono in mano l’azienda di famiglia, le voci che circolano per il paese, Inverigo – in provincia di Como –, sono maligne: ci si chiede quanto tempo impiegheranno a farla fallire. Sommando le loro età non si arriva a settant’anni: Alberto è laureato in Architettura a Firenze, Aldo è fresco di servizio militare, Giovanni è uscito dalla Scuola d’Arte di Cantù senza diploma e non è ancora maggiorenne, tanto che per iniziare a lavorare ha bisogno della procedura di emancipazione del tribunale dei minori. Quella che si prospetta è una sfida ardua: raccolgono in eredità la bottega di falegnameria fondata dai genitori nel 1942, con l’idea di renderla una moderna industria del mobile, come ne esistono nella zona. Un passaggio di testimone con poco affiancamento e – ancora lo ricordano – senza ricevere particolari raccomandazioni da parte della famiglia, persone di poche parole che incarnano e trasmettono valori antichi, pragmatismo, abnegazione, operosità. La nuova era comincia dal nome: da Spinelli-Anzani si passa al più rotondo Poliform, ossia “più forme”. Di nome e di fatto, perché la produzione si amplia e arriva a coprire proposte per tutta la casa, dai sistemi componibili ai complementi, dalla zona giorno alla zona notte. È una fase sperimentale che riceve il suo battesimo al Salone del Mobile, quando il debutto di quei primi pezzi moderni non ottiene il riconoscimento sperato: ne vengono venduti solamente due, per di più a un amico che di mestiere fa il rappresentante. Oggi, dopo quasi 50 anni, Poliform è presente nel mondo con 112 monomarca e nel 2022 ha fatturato 220 milioni di euro. Uno scatto in avanti fondato, oltre che su quei lapidari insegnamenti iniziali, sulla scelta di investire subito in tecnologie produttive innovative, capaci di supportare l’evoluzione verso i sistemi modulari componibili, la cifra del brand. Un sostegno importante è poi arrivato da firme note come Marcel Wanders, Paola Navone, Giuseppe Bavuso. Forse è però la voce “estero” la più rappresentativa del cambio di passo: se i tre cugini si presentavano alle prime fiere internazionali senza quasi saper parlare inglese, adesso l’export è un asset che esprime l’80 per cento dei ricavi. Non a caso la terza generazione, che oggi ricopre un ruolo in azienda, ha ricevuto una formazione internazionale, in primis sullo studio delle lingue: inglese, francese, tedesco. Giovanni Anzani, quando il business iniziava a decollare, aveva cominciato a interessarsi di contabilità industriale da autodidatta. Lo aveva fatto studiando su testi specializzati e iscrivendosi, ormai adulto, ad alcuni corsi dell’Università Bocconi. Questa attenzione all’istruzione è rimasta una costante e oggi si esprime nel suo coinvolgimento in prima persona nella Artwood Academy, scuola di alta formazione dedicata al legno e all’arredo che ha sede a Camnago, in Brianza e che punta ad insegnare ai giovani i mestieri del made in Italy per cui la richiesta è in costante crescita. A godere degli effetti positivi è soprattutto il territorio: oggi Poliform offre lavoro a seicento persone. ( poliform.it )

Dall’alto a sinistra, in senso orario, i disegni per lo stand di Poliform al Salone del Mobile di Milano. Un tessuto della collezione imbottiti. Aldo Spinelli, uno dei tre ceo dell’azienda. Lo storico armadioIo, disegnato da Paolo Piva nel 1989. Giovanni Anzani e subito dopo Alberto Spinelli, due dei tre ceo. Altri particolari dell’armadio Io. Gli appunti presi sulla foto del tavolo-scultura Kensington, qui nella versione rotonda. I ripiani delle cucine Poliform.

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