Le sfide europee

Difesa UeModello Schengen

L’Europa padrona del proprio destino

(Adobe Stock)

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Stretta tra l’invasione russa dell’Ucraina ai confini orientali, l’incendio in Medio Oriente e il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, l’Unione europea (Ue) è sotto assedio. Se da un lato l’occupazione russa dell’Ucraina e i continui attacchi alle infrastrutture europee nel Mar Baltico mettono in evidenza la fragilità dell’equilibrio della pace sul continente, dall’altro appare chiaro come il neo-isolazionismo che già caratterizza il ritorno di Trump non potrà che portare a un forte indebolimento del supporto americano alla difesa della Ue. Il rischio non è solo l’instabilità sul fronte est, ma anche un lungo periodo di profonda incertezza che minerebbe la già fragile economia europea.

C’è d’altra parte un precedente, per quanto poco rassicurante: nell’agosto del 1971, il presidente repubblicano Richard Nixon annunciò la fine della parità dollaro-oro, cogliendo la Comunità europea di sorpresa e spingendola in un prolungato caos monetario. Se il Nixon shock impattò profondamente l’economia europea, il Trump shock potrebbe rivelarsi letale.

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Per affrontare la nuova sfida della difesa comune, l’Ue deve quindi fornirsi degli strumenti adeguati fin da subito. La necessità di investimenti congiunti in armamenti è già stata evidenziata all’inizio dell’aggressione russa dell’Ucraina e i piani si sono fatti via via più concreti. L’idea di un Fondo per la difesa ha iniziato a farsi strada (Buti e Messori, Il Sole, 4 gennaio 2025).

A fronte di questi sviluppi, l’Ue dovrà tenere in considerazione alcuni punti essenziali. La prima sfida è proprio di approccio: è ora che i governi della Ue si rendano conto che la difesa comune, pur all’interno della Nato, è ormai un “Bene pubblico europeo”, e come tale necessita di un “coordinamento verticale” effettivo fra politiche nazionali e comunitarie. In un articolo per la rivista International Politics (Beetsma, Buti e Nicoli, Joint Defence as European Public Good, 6 dicembre 2024), abbiamo proposto uno schema in quattro punti che combina strumenti di difesa nazionali e europei con i dovuti finanziamenti:

a) Un’interpretazione delle regole fiscali che favorisca gli investimenti nazionali nella difesa, considerando questi ultimi, come indica il nuovo Regolamento, una priorità comune europea;

b) L’aggregazione a livello europeo degli acquisti di armamenti, come proposto dal Rapporto Draghi, così da sfruttare economie di scala e di scopo, e favorire l’armonizzazione tecnica dei sistemi di difesa nazionali;

c) Trasferimenti e prestiti ai bilanci nazionali per investimenti di rafforzamento, anche tecnologico, delle forze armate nazionali coinvolte nella difesa collettiva;

d) Investimenti a livello centrale come la costruzione e le operazioni di alcune forze congiunte, per esempio una difesa antiaerea europea e, a termine, un deterrente nucleare comune.

Il Fondo, finanziato attraverso l’emissione di debito comune, potrebbe sostenere sia investimenti nazionali più ambiziosi in difesa che progetti da realizzare a livello centrale. Diversi osservatori hanno indicato in 500 miliardi di euro la sua taglia minima.

Restano da verificare le condizioni tecniche e politiche che permettano una tale decisione.

Sul primo aspetto (credibilità tecnica), cruciale è il sistema di garanzie che sottendono l’emissione di debito comune. A tal proposito, sembra preferibile un meccanismo tipo Sure (lo strumento lanciato per sostenere l’occupazione durante la pandemia), basato sull’aggregazione di garanzie nazionali, piuttosto che Next Generation EU ove la garanzia sta nell’aumento del margine fra spese e tetto delle risorse proprie nel bilancio Ue. Uno schema tipo Sure permetterebbe il lancio del Fondo sulla base di una “coalizione dei volenterosi”, evitando così il nodo dell’unanimità e permettendo un intervento più rapido, senza dover attendere il prossimo budget pluriennale che entrerà in vigore solo a partire dal 2028. In termini di processo decisionale, una soluzione intergovernativa à la Schengen appare, in questa fase, preferibile rispetto a strumenti tipo le cooperazioni rafforzate che impongono non irrilevanti vincoli istituzionali. La combinazione di garanzie nazionali aggregate e decisione presa da un’avanguardia di paesi aprirebbe anche la via al coinvolgimento del Regno Unito, il che è particolarmente importante nelle questioni di difesa. La “comunitarizzazione” del Fondo potrebbe essere considerata al momento della discussione sul nuovo bilancio pluriennale della Ue nel 2026-27.

Sul secondo aspetto (credibilità politica), è da notare che i sondaggi indicano un forte sostegno pubblico nella maggior parte degli stati membri a favore della difesa europea, anche nei termini più ambiziosi di forze armate comuni, a condizione che questi portino a guadagni di efficienza, riducendo gli sprechi inerenti alla dispersione di capacità esistenti nei 27 paesi. Dati i rischi alle frontiere, anche la resistenza dei paesi tradizionalmente riluttanti a emissione di debito comune (nordici e baltici) sta progressivamente venendo meno. La Polonia ha annunciato che difesa e sicurezza saranno la priorità della sua presidenza della Ue nei primi sei mesi del 2025, e il nuovo Commissario per la difesa, il lituano Kubilius, è al lavoro su un Libro bianco sulla difesa europea da pubblicare entro i primi mesi del 2025. La rapida messa a terra della strategia di difesa comune sarebbe il segnale migliore – sia all’interno che oltre oceano – sulla capacità dell’Europa di prendere in mano il proprio destino.

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