Fiscalità del web

Digital service tax nazionali al bivio

L’accordo ponte con gli Usa è scaduto a giugno. L’Italia incassa gettito dal 2021

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Se il futuro della Global minimum tax vede stagliarsi all’orizzonte la minaccia esplicita di «misure di protezione o altre azioni che gli Stati Uniti dovrebbero adottare o intraprendere in risposta», le sorti delle Digital service tax applicate in Italia e (non solo) nel Vecchio continente appaiono ancora più chiare.

L’accordo concluso nell’ottobre di quattro anni fa tra l’Ufficio del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti con Austria, Francia, Italia, Spagna e Regno Unito sul «trattamento delle imposte sui servizi digitali durante il periodo transitorio che precede la piena attuazione del Pilastro 1» è scaduto il 30 giugno scorso, dopo una mini proroga di tre mesi, e non sarà certamente rinnovato. Ciò significa che gli Usa non tollereranno imposte sulle big tech prive, dal loro punto di vista, di una base giuridica condivisa.

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Come funziona il Pillar 1

Il Pillar 1 prevede la riallocazione di una quota di «profitti in eccesso» delle big-tech (con più di 20 miliardi di ricavi) alle giurisdizioni di mercato, oltre a norme semplificate sui prezzi di trasferimento per le attività di marketing e distribuzione di base. La ratifica degli Usa è necessaria per raggiungere il quorum di multinazionali che darebbe l’avvio alla redistribuzione fiscale - seguendo il luogo, cioè i Paesi, dove viene estratto il valore di mercato e non invece quello, più conveniente, scelto dalla multinazionale - ma ovviamente nessuno al Congresso o al Senato ha mai avuto intenzione, neppure sotto l’amministrazione Biden, di “regalare” gettito considerato sovrano. Tutto così evidente che già vari paesi in Europa hanno nel frattempo avviato da anni la propria web tax sfidando le ire iniziali dell’amministrazione Trump/1.

L’accordo del 2021

La tregua sul fronte delle web tax nazionali - dopo l’attacco della prima amministrazione Trump, che aveva scatenato l’ufficio del Rappresentante del commercio con i dazi minacciati sui prodotti alimentari di Francia e Italia - era stata siglata nell’ottobre del 2021 con una road map chiara: gli Stati nazionali avrebbero potuto “ sperimentare” una tassazione sull’economia digitale - peraltro contestatissima perché operata sul fatturato e non sugli utili - ma solo in attesa di una soluzione maturata a livello Ocse (il Pillar 1). E una volta giunti in porto, si sarebbe dovuto ricalcolare i saldi già incassati dalle amministrazioni fiscali non-Us.

Il gettito delle Dst

Il gettito delle digital tax nazionali nel 2023, tanto per avere un’unità di misura, vede l’Italia a quota 390 milioni di euro, la Francia a 670 e la Spagna a 278 milioni. Peraltro, nel primo anno di applicazione in Italia (2021) la Dst vedeva come contribuenti 59 soggetti residenti in Italia, 45 negli Stati Uniti, 16 in Irlanda, poi Germania (15), Regno Unito (14), Francia (10), Paesi Bassi (10), Singapore (10) e l’Australia (8).

Con l’accordo temporaneo scaduto, e che mai sarà rinnovato, sarà interessante vedere le scelte future dei Paesi sperimentatori. Continuare a esigere e incassare la Dst nazionale provocherebbe le ritorsioni invocate dall’ordine esecutivo di Trump, cioè «un elenco di opzioni per misure di protezione o altre azioni» che il neo presidente vuole vedere sul suo tavolo «entro 60 giorni», cioè ai primi di marzo.


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