Dior, riflessione sull’identità inseguendo Orlando
La settimana della moda nella capitale francese inizia con l’omaggio di Maria Grazia Chiuri a una sartorialità d’altri tempi e alla visione di Gianfranco Ferré
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Il mondo si sta assestando in un nuovo ordine, politico e culturale. La storia si ripete, e allora non sorprende che la moda guardi al passato, al costume, a stili remoti. La lunga fashion week si è aperta ieri a Parigi all’insegna di passaggi, dialoghi e ripescaggi dal tempo che fu.
Orlando - o meglio, le sue marsine e colletti di pizzo - è chiaramente nell’aria da Dior, dove Maria Grazia Chiuri usa il racconto di trasformazione di Virginia Woolf come un modo per esplorare non tanto concetti di androginia - pur componendo un contrappunto alla Lady Oscar tra damigelle in abiti romantici e damigelle in abiti maschili - quanto piuttosto come una scusa per rimuginare sul modo in cui forme e tropi sartoriali migrano attraverso decadi e secoli, proiettando visioni di femminilità sempre diverse.
Collabora addirittura con un regista del calibro di Robert Wilson sulla messa in scena astrattamente inter-storica divisa in cinque atti e completa di altalena, uccello preistorico e iceberg. Eppure, non tutto torna. La riflessione è, ancora una volta, molto più accattivante come pensiero che come abito, mentre la collezione è carica di riferimenti al costume storico - corsetti e marsine del XVIII secolo - rimodellati in forme contemporanee e mescolati con un sentito e insistito omaggio al lavoro che Gianfranco Ferrè fece per la maison. In una stagione di storicismo nostalgico, Chiuri omaggia momenti topici della maison, ma la sua passione per il prodotto vendibile la porta a semplificare troppo, e la collezione appare una formula invece che una espressione.
Nella nuova sede di Alaïa in rue Servan, tra le sculture processuali e meravigliosamente incompiute di Mark Manders, Pieter Mulier si produce in un saggio sul volume scultoreo che attesta il suo dominio creativo sulla casa che Azzedine ha costruito. Più Mulier sta fisso al timone, più si allontana dal fondatore, e giustamente. Ciò che permane è il culto incrollabile della bellezza, anche se Azzedine aveva un’evidente concretezza nel suo modo di fare, mentre Mulier rasenta l’astrazione idealizzata, e di conseguenza le sue creazioni spesso funzionano come oggetti stupendi in passerella o in foto, ma non facili nella vita. Pas mal: sognare ad occhi aperti è importante. Questa nuova prova, probabilmente la sua più convincente e certamente la più personale, nasce da uno studio degli ideali di bellezza attraverso tempi, culture e geografie. «Più continuavamo a cercare un filo rosso, più le cose selezionate da epoche e etnie lontane tra loro sembravano identiche», si entusiasma. Il risultato è una moda sincretista che proietta le curve della Venere di Willendorf nel futuro, e ritorno, trasformando la consapevolezza del corpo in una posizione politica.
Da Undercover, nel 35° anniversario del marchio, Jun Takahashi compie un carotaggio nella propria storia, rivisitando la sua collezione Undercover preferita - inverno 2004-05 - vent’anni dopo. La prova originale era un’incursione folle in una terra immaginaria nella quale Patti Smith e l’artista del peluche Anne-Valerie Dupond si incontravano in uno stile tutto incentrato su imbottiture e nonchalance. Questa nuova, adesso, è, nelle parole di Takahashi, una contemplazione sullo zeitgeist, ma anche un modo per riflettere sull’evoluzione personale. Il risultato è meravigliosamente ricco e stratificato: un promemoria di quanto Takahashi sia stato costantemente eclettico nel corso dei decenni, muovendosi in molte direzioni diverse e tuttavia forgiando un segno inconfondibile, punk e abrasivo, come autore.
