Al Senato in sede redigente

Diritto alla disconnessione: no a chat, whatsApp, sms o mail di lavoro a tutte le ore. Ecco cosa prevede il ddl Sensi

Per ora in Italia non c’è una legge ad hoc, ma solo una regolamentazione tramite contrattazione individuale fra datore di lavoro e lavoratore per gli accordi di lavoro agili

di Nicoletta Cottone

Diritto alla disconnessione: ecco cosa prevede il disegno di legge al Senato

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É un diritto la disconnessione dal lavoro? Per ora in Italia no. La puntata di Parlamento 24, un filo diretto con ciò che avviene alla Camera e al Senato, è dedicata al disegno di legge di cui è promotore in Senato il senatore Filippo Sensi del Pd. Un testo per dire no alle invasioni di campo del lavoro nella vita privata, assegnato alla commissione Lavoro di Palazzo Madama in sede redigente e quindi con un iter parlamentare più veloce.

Oggi per molti lavoratori è difficile sottrarsi a comunicazioni elettroniche come e-mail, whatsApp, sms, durante le ore non lavorative e durante i giorni festivi. E in Italia per ora non c’è una legge sul diritto alla disconnessione, come c’è per esempio in Australia, approvata lo scorso agosto. La legge italiana, infatti, non riconosce esplicitamente la disconnessione come un diritto, ma ne prevede la regolamentazione tramite contrattazione individuale fra datore di lavoro e lavoratore attraverso accordi di lavoro agili.

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Senatore Sensi, come trovare il giusto equilibrio fra i diritti dei lavoratori e le esigenze delle aziende?

«Intanto, ascoltando i lavoratori. É sempre più presente una lamentela forte da parte di tanti dipendenti, in particolare i più giovani, che lamentano una invasività dei datori di lavoro nei confronti della loro vita personale digitale. Cioè il fatto che finito l’orario di lavoro si continuano a ricevere mail, whatsApp e qualsiasi altro tipo di sollecitazione senza nessun riguardo alle ferie, alle vacanze, ai festivi. Raccogliere questa istanza non vuol dire fare qualcosa che va contro l’impresa, ma al contrario vuol dire rendere il lavoro più utile, più proficuo evitando che uno sia bombardato di messaggi che non fanno parte di una corretta, leale e anche proficua relazione tra dipendente e datore di lavoro».

Che cosa prevede il suo disegno di legge?

«Prevede di fatto il diritto alla disconnessione digitale. Vuol dire che una volta che uno ha fatto il proprio orario di lavoro ha diritto a non essere richiamato o sollecitato, whatsAppato dal suo datore di lavoro fino al giorno successivo e comunque per almeno 12 ore di pausa. Questo è il cuore del provvedimento che poi prevede ovviamente delle sanzioni pecuniarie».

Il provvedimento estende le tutele anche ai lavoratori autonomi e ai professionisti?

«Sì. Diciamo il limite è quello dei 15 dipendenti, però lo estende anche al privato peraltro dando anche una possibilità in più: provvedere a dotare il dipendente di un apparecchio elettronico tale che lui possa rispondere dal punto di vista professionale su quell’apparecchio, provvedendo anche ai costi di gestione.

Vuole chiarire che tipo di aziende riguarderà nella sua proposta di legge?

Quelle oltre i 15 dipendenti è la base da cui si parte. Ovviamente c’è un percorso emendativo in commissione Lavoro al Senato: ogni partito potrà fare i propri emendamenti e magari capire se estendere questa platea se limitarla ulteriormente. Il punto è il segnale e cioè il diritto a dire stop fuori dall’orario di lavoro all’invasione di messaggi, di whatsApp, che spesso rendono non soltanto il lavoro, ma anche la qualità della vita, frustrante».

 Quali sono le sanzioni previste?

«Noi abbiamo presentato come Partito democratico un analogo provvedimento anche alla Camera. Al Senato abbiamo preferito concentrarci su sanzioni di tipo amministrativo pecuniario, per cui si va dai 500 ai 3.000 euro. Praticamente una sanzione nel caso in cui venisse comprovata una “molestia digitale” da parte del datore di lavoro nei confronti dei dipendenti vessati da continui, richiami, bip, whatsApp, mail di sollecito».

E invece alla Camera?

Alla Camera invece si era partiti con un’idea anche di multe superiori e magari con una sollecitazione un po’ più robusta. Abbiamo pensato che forse al Senato, proprio perché in sede redigente e quindi può andare più speditamente, questo può depotenziare alcune critiche e cioè quella di dire che penalizza magari il mondo del lavoro, penalizza la parte datoriale. Ma non è così, è semplicemente un segnale. Non è un altolà, ma è un modo per dire veniamoci incontro, confrontiamoci e troviamo una soluzione insieme».

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