Disclosure. I costi nascosti della trasparenza
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La divulgazione obbligatoria di informazioni rilevanti (mandatory disclosure) rappresenta una delle forme di regolamentazione meno controverse tra le innumerevoli misure pubbliche volte a proteggere l’efficienza dei mercati. “Chi può opporsi – infatti, scrivono George Loewenstein, Cass Sunstein e Russell Golman - a politiche a basso costo volte a fornire indicazioni sulla salute e sulla la sicurezza ai lavoratori, informazioni sull’efficienza energetica ai consumatori, informazioni sulla privacy a coloro che forniscono dati personali alle aziende su Internet, o la divulgazione dei rischi finanziari associati a investimenti, ai mutui per la casa o alle carte di credito?” (“Disclosure: Psychology Changes Everything”. Annual Review of Economics 6, pp. 391–419, 2014). E infatti, benché non ci siano molti studi a sostegno della sua efficacia, la mandatory disclosure viene ampiamente considerata una soluzione efficace in molte situazioni e in molti ambiti differenti. Dalle etichette nutrizionali sui prodotti alimentari che aiutano i consumatori a scegliere cibi più sani, alle avvertenze sulle sigarette che scoraggiano il fumo, dai prospetti informativi che obbligatoriamente le banche devono fornire ai loro clienti quando propongono un mutuo o altri prodotti finanziari, fino alle dichiarazioni sui conflitti di interesse in ambito sanitario o accademico necessari per aiutare a valutare l’affidabilità di chi protegge la nostra salute o contribuisce alla formazione dei nostri figli e al progresso tecnologico.
L’idea di fondo, che è centrale in tutta l’economia dell’informazione, è che in tutte queste situazioni e molte altre, l’asimmetria informativa che distingue le parti in gioco – produttore e consumatore, consulente e cliente, medico e paziente – possa generare gravi forme di inefficienza dei mercati o comportamenti opportunistici. In questo senso, dunque, si interviene promuovendo la trasparenza e la divulgazione delle informazioni. Si sostiene, infatti, che fornendo più informazioni agli individui questi prenderanno decisioni più razionali. Ma l’accesso a maggiori informazioni non contribuisce solo a ridurre l’asimmetria informativa. Se i consumatori sono più informati sui singoli prodotti, infatti, potranno scegliere in maniera più oculata e in questo modo contribuire a promuovere maggiormente concorrenze tra le imprese. Un ulteriore elemento che può giustificare il ricorso alla disclosure fa riferimento alle cosiddette “internalità”. Mentre le esternalità – i benefici o i costi che un soggetto impone ad un altro attraverso le sue azioni di consumo o produzione – sono un tema molto studiato in economia, l’idea di “internalità” è relativamente nuova. Il termine sta ad indicare un costo che un soggetto impone a sé stesso nel momento della decisione di consumo ma del quale non si accorge o che trascura. Quando un giovane inizia a fumare in genere trascura o sottostima il fatto che quella scelta lo danneggerà in età adulta. Queste internalità possono essere abilmente e cinicamente sfruttate dai produttori e non solo da quelli delle sin industries, tabacco, alcol e azzardo. Se è vero, per esempio, che i patiti del fast-food non tengono conto delle conseguenze per la loro salute futura di un eccesso di calorie, i produttori potranno sfruttare questa “disattenzione” offrendo menù allettanti, poco salutari, ma soprattutto economici da produrre. Una ragione in più per richiedere una sempre più ampia disponibilità di informazioni veritiere e trasparenti che possa esercitare un effetto equilibratore nei mercati tra gli interessi dei produttori e quelli dei consumatori.
È questa la prospettiva tradizionale della teoria economica sul tema. Tradizionale sì, ma non unanimemente condivisa. Facciamo un esempio. Consideriamo il caso delle carte di credito o di altri servizi finanziari per i quali ogni tanto le banche applicano tassi di interesse nascosti, commissioni poco trasparenti o clausole misteriose. Qual è l’effetto di una norma che obbliga la divulgazione in forma chiara di tutti questi dettagli? Secondo la teoria economica, dovrebbe aiutare i consumatori a scegliere i servizi migliori, i più adatti alle loro esigenze e i più convenienti. Ma in realtà, non di rado, i clienti ignorano queste informazioni e si lasciano influenzare da altre dimensioni dei prodotti, quelle evidenziate molto bene, di solito, da strategie di marketing persuasive. Qui si innesta la tesi di fondo di Loewenstein, Sunstein e Golman: non basta fornire le informazioni. Occorre comprendere il modo in cui noi le interpretiamo e le utilizziamo per decidere. Fintanto che terremo fuori la dimensione psicologica dalla regolamentazione pubblica il rischio di produrre risultati disfunzionali sarà sempre presente.
La buona notizia è che, per fortuna, conosciamo piuttosto bene quali processi cognitivi influenzano il modo in cui le informazioni vengono, o non vengono, incorporate nelle nostre scelte e questo può aiutarci a sviluppare le necessarie contromisure.
Uno dei primi aspetti di rilevo è legato al fatto che le persone hanno una capacità limitata di attenzione e spesso ignorano le informazioni anche se queste sono liberamente disponibili. Carlos Jensen e i suoi collaboratori hanno dimostrato, per esempio, che poco più del 3% degli utenti del web legge le informative sulla privacy che sono obbligatoriamente presenti sui vari siti. Uno studio simile indica, inoltre, che il 75% dei consumatori crede che l’esistenza di un’informativa sulla privacy implichi la protezione della loro privacy, anche se in realtà, tali informative sono usate dalle imprese proprio per indurre il consumatore a rinunciare al suo diritto alla privacy (“Privacy practices of Internet users: Self-reports versus observed behavior”. International Journal of Human-Computer Studies 63, pp. 203–227, 2005). Questi esempi suggeriscono che in molti casi la disclosure è inefficace semplicemente perché le persone non vi prestano attenzione o non ne comprendono il contenuto. E questo anche quando le informazioni sono veicolate in modo chiaro e comprensibile.


