Verso il Salone del Mobile

Domanda debole e tensioni geopolitiche frenano le vendite di mobili italiani

Il centro studi di FederlegnoArredo calcola una contrazione del fatturato dell’8,1% nel 2023, più marcata per il legno (-11,6%) e più contenuta per l’arredamento (-3,4%). Spiragli sul 2024

di Giovanna Mancini

Il Salone del Mobile di Milano negli Usa con i nuovi trend del design

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Che il 2023 sarebbe stato un anno difficile – rispetto alla cavalcata dei due anni precedenti – era ben chiaro alle aziende della filiera legno-arredo italiana sin dal primo trimestre dell’anno, quando la crescita inarrestabile (e a doppia cifra) degli ordini aveva iniziato a dare segni di rallentamento, sebbene i ricavi fossero ancora sostenuti dalla chiusura e fatturazione di commesse pregresse. I risultati del secondo trimestre avevano confermato la frenata in atto, soprattutto sul fronte esportazioni, mentre il mercato interno era ancora sostenuto dall’effetto dei bonus fiscali sull’edilizia.

Il rallentamento – frutto in parte di una normalizzazione della domanda dopo due anni del tutto straordinari, ma in parte anche di un calo della domanda globale – si è confermato nei trimestri successivi, cosicché il settore ha chiuso l’anno con un calo dell’8,1% del fatturato alla produzione, come rilevano i dati preconsuntivi diffusi da FederlegnoArredo, scendendo a 52,6 miliardi di euro di valore, con un andamento negativo più accentuato sul mercato domestico (-10.1%), a causa del depotenziamento progressivo degli incentivi sopra citati, e un calo più contenuto delle esportazioni (-4,5%).

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A livello delle singole macro-aree, si evidenzia una flessione più marcata per l’industria del legno, che ha registrato ricavi in diminuzione dell’11,6%, mentre quella del mobile contiene il calo a un -3,4% (con un dato più o meno simile sia per l’Italia, sia per l’estero), scendendo a 28 miliardi di euro di fatturato complessivo.

L’effetto-inflazione

«L’arredo si è difeso – osserva Claudio Feltrin, presidente di FederlegnoArredo –: un calo del 3,4% non è drammatico, anche perché nel corso del 2023 non ci sono stati aumenti significativi nei listini, come invece nel 2022, perciò il dato dei ricavi, 28 miliardi, è effettivo, non sporcato, per così dire, dall’inflazione. Quindi riflette un calo industriale rispetto all’anno prima, ma con valori ancora straordinari». In effetti, le analisi comparative del centro studi Fla dimostrano che, in termini di volumi prodotti, il dato del 2023 è solo leggermente inferiore a quello del 2019, mentre a livello di filiera i valori sostanzialmente si equivalgono. A dimostrazione che l’effetto inflattivo sul sistema arredamento è stato più incisivo di quanto non sia stato per il sistema legno, che tuttavia ha visto crollare i ricavi, in particolare in Italia, per la combinazione di due fattori: «Per il legno c’è un fattore prezzi strettamente legato a quello delle materie prime e dell’energia – dice ancora Feltrin –. I ricavi delle imprese sono quindi scesi anche grazie alla riduzione dei costi produttivi, oltre che, purtroppo, anche a causa di una contrazione della domanda».

In generale, su tutta la filiera l’effetto inflattivo è evidente: «Rispetto al 2019, il fatturato di quest’anno è superiore di quasi 10 miliardi di euro. Un risultato apparentemente positivo, ma che nasconde in realtà il peso dell’inflazione registrato già a partire dalla fine del 2022 – aggiunge Feltrin –. È sufficiente guardare i dati Istat della produzione industriale per interpretare il dato: nei primi 11 mesi del 2023, la produzione industriale dei mobili registra un calo del 5,3% e quella del legno del 14,8%. Si produce meno, i ricavi rimangono comunque più alti rispetto a quelli del periodo pre Covid a causa dell’aumento dei prezzi, che per il mobile è stato del 6,5% circa, ma i margini delle aziende si riducono».

La debolezza dei mercati

Sul mercato interno pesa, come accennato, la fine degli incentivi fiscali legati all’edilizia, o meglio: il loro depotenziamento causato da annunci contraddittori e complessita burocratiche. Sull’export incidono diversi fattori, oltre al generale indebolimento della domanda. In particolare, le tensioni geopolitiche e i conflitti nell’Est Europa e in Medio Oriente, con ripercussioni lungo tutta la filiera, sia sul fronte delle importazioni di materie prime e semilavorati, sia sul fronte delle esportazioni.

Sul dato complessivo gravano le pessime performance di Paesi molto importanti per le esportazioni di design italiano: la Germania (-6,4% per la filiera e -5% per l’arredo), gli Stati Uniti (-13,2% e -11,4%) e la Cina (-19% e -19,8%).

La crisi del Mar Rosso mette a rischio il transito di prodotti della filiera diretti in Medio Oriente, Asia e Oceania per un valore di circa 2,5 miliardi di euro, e di merci in entrata per circa 1,9 miliardi destinate alle aziende produttrici italiane di legno e arredo. I costi dei container sono triplicati e questo impatta a valle sul costo dei prodotti finiti. Il prezzo dell’energia è tornato ad aumentare nei primi mesi del 2024 , mentre quello del legno, dopo aver raggiunto un picco a ottobre 2022, ha iniziato a scendere, anche se molto lentamente. Gli ultimi dati a disposizione evidenziano che nel periodo gennaio-novembre 2023 l’aumento delle quotazioni del legno risulta ancora dell’1,2% in più rispetto allo stesso periodo del 2022.

Chi sale e chi scende

Vediamo i dati nel dettagli, elaborati dal centro studi di FederlegnoArredo su fonte Istat: tra i quasi 220 mercati di esportazione dell’arredamento Made in Italy, quelli la cui contrazione delle vendite pesa in modo determinante nei primi 10 mesi dell’anno sono Stati Uniti (1,3 miliardi), in seconda posizione con un calo come detto dell’11,4%, dietro alla Francia, che vale 2 miliardi di euro e cresce dell’1,1%, e davanti alla Germania, che con 1,1 miliardi di euro ha perso il 5%. La Cina arriva solo al settimo posto, con 382 milioni di euro venduti (-19,8%), me ntre gli Emirati Arabi, che sono al decimo posto (con 260 milioni) registrano un aumento del 4,8%. La Russia, 12esima con 215 milioni, chiude a -6,5%. Seguono Arabia Saudita (160 milioni) e Grecia (153 milioni), che si distinguono per il segno positivo rispettivamente del 2,5 e del 9,6%.

Per il 2024, tuttavia, Feltrin si dice ottimista: «Stiamo viaggiando nella parte bassa della curva e lentamente stiamo risalendo la china – diec –: Credo che a fine anno raggiungeremo i livelli del 2023, quindi probabilmente non cresceremo, ma panso che il calo si sia fermato».

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