Dopo Cedacri, i test su Cassa Volterra: il piano di Pignataro pronto per la fase due
Prima Cedacri. Poi Cerved. List. Ora Cassa di Volterra. E in prospettiva Prelios: il filo rosso che unisce tutte le società su cui ha messo le mani Ion
di Luca Davi
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Prima Cedacri. Poi Cerved. List. Ora Cassa di Volterra. E in prospettiva, se tutto filerà liscio, anche Prelios. C’è un filo rosso che unisce tutte le società su cui negli ultimi anni ha messo le mani Ion, colosso tecnologico globale che produce soluzioni hi-tech per gli operatori finanziari di tutto il mondo. A tenderlo è Andrea Pignataro, miliardario imprenditore italiano con passaporto londinese, oggi a un bivio della sua “Campagna d’Italia”. Il manager sarebbe infatti pronto a far scattare una sorta di fase 2 del suo progetto di crescita. Un piano che, partendo dall’Italia, punta a proiettarsi su scala europea. E che, pur preservando la netta separazione tra la varie società controllate, mira a far convergere le complementarietà dei vari business in una piattaforma innovativa comune, destinata a fornire servizi a 360 gradi a banche e operatori finanziari italiani e del Vecchio Continente.
L’ok della Vigilanza
L'ultima (e indispensabile) tessera del grande mosaico di Pignataro è entrata qualche giorno fa. Ed è rappresentata dall'ok concesso a Ion dalla Bce ad acquisire una partecipazione (fino al 32%) di Cassa di Volterra, piccola realtà bancaria da tempo in difficoltà. Il disco verde della Vigilanza, arrivato dopo un iter alquanto sofferto, è un passaggio solo apparentemente banale. Non solo perché grazie all'iniezione di capitale imposta da Banca d'Italia, a cui contribuirà pro-quota Ion, Volterra tornerà in equilibrio patrimoniale. Ma anche perché riconosce a Pignataro il possesso dei requisiti reputazionali e di quella solidità finanziaria che sono richiesti a tutti i soggetti che intendono detenere una «partecipazione qualificata» nel capitale delle banche. Sul mercato c’è chi scommette che per il “Bloomberg italiano” si tratti di un “accreditamento” prezioso, un “imprimatur” al progetto di un imprenditore schivo e che non ha mai amato i riflettori e che, forse anche per questo, è stato fino ad oggi a dir poco chiacchierato, complice anche un debito che vale cinque volte l'Ebitda.
Il disegno di Ion
E, da qua, la domanda che da tempo circola sul mercato: ma qual è il progetto di fondo di Andrea Pignataro? E fin dove può portare questa vorticosa crescita di Ion, società che negli ultimi 20 anni ha acquisito ben 32 aziende, spendendo circa 16 miliardi di euro, di cui circa 5 in Italia? E perché un'azienda globale, con radici in Gran Bretagna e Usa, focalizzata sull'automazione e digitalizzazione dell'industria fintech, investe in una banca piccola e in difficoltà come Cassa di Volterra? Dal suo quartier generale di Londra, l'imprenditore bolognese mantiene il consueto riserbo che fino a oggi l'ha reso uno dei personaggi più controversi del panorama finanziario. Ma da quanto raccolto da Il Sole 24 Ore, che ha interpellato diverse fonti di mercato e istituzionali, emerge un disegno che trova riscontro anche negli ambienti vicini al finanziere. Un disegno che, mettendo insieme le expertise delle diverse società della galassia Ion, prevederebbe lo sviluppo di una maxi-piattaforma fintech attiva nel Core banking: l’idea sarebbe insomma di fornire servizi a tutte le banche e agli operatori finanziari italiani ed europei in un’ottica cloud e modulare, così da modernizzarne il business. A partire, ad esempio, dall’onboarding del cliente, passando per l’automazione dell’intero processo di lending (dall’analisi del rischio di credito all'erogazione al monitoraggio) e della gestione dei data analytics, facendo leva sulle potenzialità offerte dall'intelligenza artificiale e dal machine learning. Da quanto raccolto, insomma, Ion intende lanciare la sfida a piccoli e grandi fornitori di piattaforme in tutta Europa, a partire da Temenos, per costruire un’architettura scalabile in cui giocare un ruolo da investitore permanente. «Stiamo guardando altri possibili investimenti, per raggiungere una massa critica che ci permetta di scalare più facilmente gli investimenti necessari per l'espansione in Europa e nel mondo», aveva detto Pignataro nella sua unica intervista, rilasciata al Sole nel febbraio scorso.
Cedacri, la piattaforma base
La base di partenza per fare tutto ciò sarebbe rappresentata da Cedacri, leader in Italia nel settore del Core Banking, che dopo l'acquisizione di Ion avvenuta due anni fa sta cambiando volto. Complice una profonda trasformazione interna voluta da Ion – operazione che non è stata priva di attriti con alcune banche-clienti, nonché ex azionisti di riferimento -, il gruppo ha lavorato intensamente sotto il profilo del miglioramento della stabilità della piattaforma. Gran parte delle seconde e terze linee sono state cambiate dall’azionista e oggi, riconoscono diversi osservatori, è aumentata la sicurezza delle infrastrutture tecnologiche, e molti passi avanti sono stati fatti sotto il profilo dell’efficienza operativa e del ridisegno dei processi. Oggi la società che offre servizi in outsourcing a decine di banche italiane e conta su un fatturato di circa mezzo miliardo di euro, il 15% delle transazioni finanziarie giornaliere del paese, oltre 250 clienti che servono oltre 2,8 milioni di clienti in più di 1.000 comuni italiani. Il lavoro non è finito, ovviamente, ma in due anni Cedacri ha visto un aumento del 64% dell’Ebitda rispetto alla gestione precedente a Ion. Su Cedacri verrebbero innestate le competenze di Cerved, ricchissima (e strategica) banca-dati che consente di valutare nel dettaglio il rischio di credito dei debitori. Tutto ciò verrebbe combinato con le tecnologie di List, multinazionale tascabile che oggi è uno dei più avanzati fornitori di software nel risk management & compliance a livello globale.
E Volterra? La banca toscana, piccola e con un forte radicamento territoriale, in questo senso, sarebbe la realtà bancaria giusta su cui “mettere a terra” la piattaforma fintech per testarla, affinarla e portarla a regime. E poi offrirla ad altre banche, alle piccole come alle grandi, prima italiane e poi, in una seconda fase, europee. La chiave di Ion sarebbe insomma nella convergenza di tecnologia, dati e processi delle società controllate, che pur rimanendo distinte tra loro fornirebbero le loro complementarietà di business. E a quel punto il core banking, diversamente da quanto accade oggi, non dovrebbe essere più un monolite ma un sistema modulare, con un modello basato su microservizi e basato su Api, dove le banche potrebbero prendere e innovare nelle parti giudicate più interessanti.



