Banche

Dopo Credit Suisse la rinascita: i bond Tier 1 battono il 2022

I principali istituti europei hanno emesso 27 miliardi di Additional Tier 1 nel 2023. Il mercato è sopravvissuto al duro colpo della banca svizzera: corsa all’emissione

(EPA)

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Quando lo scorso aprile le autorità di regolamentazione svizzere decisero, con una mossa a sorpresa, di azzerare con un colpo di penna tutti i 17 miliardi di dollari delle obbligazioni Additional Tier 1 del Credit Suisse, tutti gli investitori si convinsero che per il mercato degli At1 o Cocobond – come sono chiamati i Convertible Contingent Bond, visto che a determinate condizioni queste obbligazioni perpetue possono essere trasformate in capitale su decisione della banca emittente - fosse arrivato il “de profundis”. Dall’oggi al domani un mercato che per gli investitori era stato storicamente tranquillo e ad alto rendimento – fatto paradossale visto l’elevato rischio nominale - divenne di colpo un campo minato. E quella che fino ad allora era stata un’asset class preziosa per le banche - perché rappresentava un cuscinetto di capitale utile e da convertire in azioni o svalutare solo in caso di difficoltà - si trasformava in uno strumento praticamente congelato.Colpa di una scelta, quella della elvetica Finma, a dir poco contestata, perché ribaltava l’assunto secondo cui le obbligazioni, anche quelle ibride come gli At1, sono più sicure delle azioni.

Da allora, però, molte cose sono cambiate. Le autorità europee si sono affannate da subito a tranquillizzare gli investitori sul fatto che le normative internazionali fossero diverse da quella svizzera, ritenuta caso a parte. E oggi la sensazione diffusa, a vedere i numeri, è che il mercato abbia superato le incertezze. Prova ne è il fatto che il mercato primario degli AT1 ha sostanzialmente recuperato il gap aperto lo scorso aprile ed è andato anche oltre. Secondo i dati CreditSights, le principali banche europee hanno emesso nel corso dell’anno più di 27 miliardi di euro in 37 emissioni di Additional Tier 1, una cifra che supera quella delle emissioni 2022. E ciò accade nonostante una “chiusura” del mercato lunga tre mesi in seguito al crack Credit Suisse. «Il mercato obbligazionario AT1 si sta riprendendo e gli spread creditizi sono quasi allo stesso livello che erano prima dell’evento di Credit Suisse», scrivevano nei giorni scorsi gli analisti di AbnAmro, a conferma di un ritrovato interesse da parte del mercato.

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Il ritorno di interesse

Qualche problema differenza rispetto al pre-Credit Suisse, sia chiaro, c’è. Mediobanca metteva in luce come ci sia oggi una significativa differenza nel premio al rischio (circa 100 punti base) tra gli At1 emessi dalle banche con un elevato cuscinetto patrimoniale (il cosiddetto buffer Mda) rispetto a quelli con un cuscinetto più risicato. Segnale che il mercato fa ancora distinzione tra banche più o meno solide. Ma le porte per gli emittenti oramai sono spalancate.

L’ultima grande banca a riaffacciarsi sul mercato dei CocoBond è stata la stessa Ubs, il colosso svizzero intervenuto nel salvataggio di Credit Suisse e dei suoi azionisti. La banca ha collocato due At1 per complessivi 3,2 miliardi con cedola al 9,25%. Ma ciò che è notevole è la domanda, oggettivamente clamorosa: 36 miliardi di euro. Dietro questo boom c’è l’assicurazione da parte della banca che le obbligazioni saranno convertibili in azioni in caso di evento scatenante, previo ok assembleare, un modo per allontanare i fantasmi del “trattamento” stile Credit Suisse. Ubs è in verità però solo l’ultimo istituto ad aver riacceso l’interesse degli investitori. La prima a muoversi a giugno era stata Bbva, seguita tra le altre da Bnp Paribas, Abanca, Kbc, SocGen, Barclays.

Le banche italiane

In questo scenario anche le italiane non sono state da meno. E hanno colto la finestra favorevole. Intesa Sanpaolo ad agosto ha collocato con successo un bond perpetuo At1 per 1,25 miliardi, con cedola del 9,125%, raccogliendo domande per 4,7 miliardi. E così a metà novembre ha fatto pure BancoBpm, che ha piazzato un At1 da 300 milioni a fronte di ordini per oltre 1,35 miliardi.

Le altre banche sono alla finestra e studiano il mercato: in passato ad esempio Fineco si è lanciata in questo segmento. La riapertura del mercato potrebbe stuzzicare altri istituti? «Su questi strumenti - spiega Gioacchino Foti, partner di Clifford Chance - la normativa di riferimento prevede che il pagamento della cedola sia totalmente discrezionale e possa avvenire solamente se c’è capienza di utili distribuibili. Negli scorsi anni le banche, ad eccezione dei national champions, hanno fatto fatica a fare utili, e il mercato è stato di fatto precluso alla maggior parte degli emittenti bancari; in assenza di utili, vi era infatti il rischio che le cedole non potessero essere pagate. Oggi invece, in un mercato in cui si registrano utili record, la platea dei potenziali emittenti si è molto ampliata».

A favorire ulteriormente gli emittenti poi potrebbero essere alcune novità normative. Andrea Enria, numero uno della Vigilanza Bce, ha parlato apertamente della necessità di stabilire standard comuni per i CocoBond: un modo per cercare di armonizzare le regole e superare le differenze nella subordinazione prevista dalla disciplina sull’insolvenza.

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