Geopolitica globale

Draghi e le scelte per l’Europa

Necessario superare la regola che impone all’Unione le decisioni prese all’unanimità

di Fabrizio Onida

(IMAGOECONOMICA)

3' min read

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Vi è attesa circa i messaggi che Mario Draghi vorrà tra poche settimane affidare al «Rapporto sul futuro della competitività europea», che lo scorso settembre la presidente Ursula von der Leyen gli ha chiesto di predisporre entro marzo. Alcuni spunti di riflessione potrebbero essere suggeriti da un intervento che lo stesso Draghi ha pronunciato lo scorso 7 giugno 2023 al Massachussets Institute of Technology (MIT) in occasione del prestigioso Premio Miriam Pozen.

La prima edizione del premio nel 2020 era stata tributata a Stanley Fisher, che dello stesso dottorando Draghi era stato maestro e relatore di tesi PhD.

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Nel suo discorso Draghi in premessa richiama i mutamenti nella geopolitica globale che nel quarto di secolo recente si è spostata “dalla competizione al conflitto”. La prorompente crescita della Cina dopo il suo ingresso nella WTO nel 2001, ma soprattutto l’invasione russa dell’Ucraina, che fa parte di “una strategia a lungo termine e delirante di Putin”, segnano il tramonto dell’illusione che la diffusione del libero mercato sia un fattore decisivo per l’affermarsi dei valori della democrazia liberale.

La guerra russo-ucraina, dagli esiti ancora oggi assai incerti, ha sconvolto i precari equilibri dei contratti di fornitura energetica nella vecchia Europa, mentre nel volgere di pochi mesi l’esplodere della pandemia da Covid-19 ha messo in crisi importanti catene di approvvigionamento, in particolare dei presìdi medico-sanitari, a cui si è aggiunta la perdita di sicurezza dei traffici nel mar Rosso come riflesso della crisi israelo-palestinese nella polveriera medio-orientale. Tenuto conto che da Suez transita il 12% del commercio globale e il 30% del traffico dei container, l’impennata nei costi della logistica (i noleggi navali sulla rotta Shanghai-Rotterdam sono più che raddoppiati in pochi mesi!) impatta non poco sulla competitività delle merci scambiate dall’Europa con il resto del mondo.

Notava ancora Draghi nel suo discorso al MIT che l’area dell’euro ha subìto un enorme choc delle ragioni di scambio e, a differenza dal decennio precedente, anziché comprimere i propri margini di profitto, le imprese hanno trasferito gli accresciuti costi sui consumatori “addirittura aumentando i loro profitti”. Come risultato, i lavoratori hanno subìto una perdita del 4% nei loro redditi reali rispetto ai livelli pre-pandemia.

Le banche centrali hanno ora il difficilissimo compito di governare le aspettative di inflazione nel medio periodo senza passare dalla ben nota terapia della stretta deflazionistica: terapia che infligge pesanti costi alle fasce sociali più deboli e – come emerge da numerose analisi politologiche e sociologiche – alimenta sfiducia nelle istituzioni democratiche e crescenti simpatie dell’elettorato verso ricette populiste e sovraniste disgregative del tessuto sociale. Ricette populiste che paradossalmente, partendo da una critica radicale al capitalismo, generano ambigue aspirazioni a rozze forme di socialismo.

Le banche centrali devono “essere molto attente al loro impatto sulla crescita in modo da evitare inutili sofferenze”, messaggio che riecheggia frequenti (purtroppo dimenticate da molti commentatori) considerazioni di Tommaso Padoa Schioppa e Carlo Azeglio Ciampi, scevre da ideologie pseudo-liberiste ma ricche di empatia umana e visione
a lungo termine.

Da qui un richiamo finale al ruolo cruciale della politica fiscale che “dovrebbe essere concepita per aumentare la crescita potenziale, proteggendo e includendo allo stesso tempo coloro che hanno più bisogno di aiuto”. Del resto non si chiama ancora “Patto di Stabilità e Crescita”? La mancanza di una politica fiscale comune, a complemento del rilancio del mercato unico sottoposto a una crescente “integration fatigue”, era già sta lamentata da Mario Monti nel suo Rapporto per il presidente Barroso (9 maggio 2010), in cui auspicava “una sana competizione tra politiche di aiuti di Stato (…) per non rimanere “disarmati nei confronti dei competitori a livello globale”.

La prossima revisione del Multiannual Financial Framework della UE, che ha da tempo messo al centro i due temi fondamentali della difesa comune e della indipendenza energetica, dovrà sperabilmente avviare la transizione dal modello attuale di decisioni all’unanimità, che troppo spesso blocca le decisioni importanti, a un modello di reverse majority per cui le raccomandazioni della Commissione potrebbero essere approvate a meno di una votazione contraria presa a maggioranza qualificata
(Astrid Paper del 12 ottobre 2023). Una piccola grande riforma
delle regole per consentire alla vecchia Europa di contare di più nella storia.

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