È una fisica da Nobel? Allora può attendere
di Patrizia Caraveo
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Il concetto di parità è sempre fondamentale, ma è interessante notare che può essere declinato in modo diverso. Mentre in sociologia si parla di pari opportunità per individui con caratteristiche diverse, per i fisici la parità discende dalle leggi che governano l’Universo ed implica che tutto avvenga in modo simmetrico senza alcuna differenza tra sopra e sotto, davanti e dietro, destra e sinistra. Se questo non fosse vero, si parlerebbe di violazione della parità.
All’inizio degli anni ’50 due scienziati americani (di origine cinese) Lee e il collega Yang avevano ipotizzato che nel decadimento beta del Cobalto ci fosse violazione di parità. Ma le teorie devono avere una verifica sperimentale e Lee si rivolse all’esperta mondiale in materia Chien-Shiung Wu, meglio nota come Madame Wu, sua collega all’università di Columbia. Nel dicembre 1956, lei realizzò un esperimento epocale dove trovò che gli elettroni emessi dal Cobalto radioattivo avevano una direzione preferenziale a riprova dell’esistenza della violazione di parità. L’argomento fu oggetto del premio Nobel per la Fisica del 1957, ma i premiati furono Lee e Yang. Madame Wu venne dimenticata, fornendo un chiaro esempio di violazione della parità di genere, questa volta. Ci vollero anni perché il suo contributo sperimentale fosse riconosciuto. Nel 1975 fu la prima donna a diventare Presidente della American Physical Society e nel 1978 fu il primo vincitore del prestigioso premio Wolf. Purtroppo, a tutt’oggi, Madame Wu è rimasta l’unica donna nella lista dei premiati, con una percentuale di presenza femminile tristemente simile a quella del Nobel per la Fisica, conferito 114 volte ad un totale di 216 vincitori tra i quali si annoverano solo quattro donne. L’ultima è stata premiata nel 2020, insieme ad altre due scienziate insignite del Nobel per la chimica.
Una bella notizia in un anno che si è rivelato molto difficile per le donne impegnate nella ricerca, dal momento che la pandemia ha esacerbato situazioni di disparità già esistenti nel mondo accademico. Andando ad esaminare le pubblicazioni scientifiche nel 2020, si nota che la percentuale di articoli con primo autore donna è minore rispetto alle medie degli anni precedenti. Anche la percentuale di domande di finanziamento con donne responsabili del gruppo di ricerca proponente è inferiore ai valori raggiunti in passato.
Un’analisi focalizzata sull’astronomia ha evidenziato che, mentre la produttività degli astronomi è rimasta pressoché costante, quella delle astronome è diminuita. Non è un crollo, per fortuna. Parliamo di una flessione che dimostra quanto anche gli ambienti più avanzati risentano dello stress da smart working dove le più penalizzate sono le giovani mamme che vivono un momento delicato della loro carriera, quando devono dimostrare al mondo quello che valgono, ma, nel gioco di incastri tra incombenze lavorative e domestiche, faticano a trovare il tempo per farlo.
E non abbiamo neanche toccato il tema delle pari opportunità di carriera, né tampoco del pari salario a parità di compiti svolti. Sappiamo che sono temi caldi, presenti anche nel discorso del nuovo Primo Ministro alle Camere, ma sappiamo anche che la soluzione non è dietro l’angolo. Occorre fare interventi mirati, o, magari, sfruttare le occasioni che si presentano per caso. E’ quello che è successo in Giappone per la presidenza del Comitato Organizzativo delle Olimpiadi. L’ottuagenario Yoshiro Mori, stanco per le lunghe riunioni, aveva dichiarato che il problema era la presenza di donne che parlano troppo. L’eco della infelice dichiarazione, seguita da inutili scuse, si era ingigantita a tal punto da spingere l’attempato signore alle dimissioni, convinto che sarebbe stato sostituito da un collega di pari grado, ed età. Invece il commento sessista ha spianato la strada alla nomina di Seiko Hashimoto, una signora cinquantenne che è stata campionessa olimpionica di pattinaggio di velocità e che, forse, di olimpiadi se ne intende di più del presidente dimissionario. Un bell’esempio di come un problema possa trasformarsi in un’opportunità anche in un paese come il Giappone che è al 121esimo posto, su 153 nazioni, nella classifica stilata dal World Economic Forum in base all’indice della parità di genere. Per la cronaca, l’Italia è 76esima, e non possiamo certo essere soddisfatti nel constatare che in Europa solo la Grecia fa peggio di noi. Migliorare l’indice di parità del nostro paese dovrebbe essere una priorità del nuovo governo, ben sapendo che si tratta di una strada in salita dove non bisogna mollare mai, pena la retrocessione.

