Autonomia differenziata

È la frammentazione il rischio principale della nuova riforma

La frammentazione della Repubblica Italiana, una e indivisibile secondo l’art. 5 della Costituzione, è il principale rischio dell’autonomia differenziata.

di Antonella Trocino

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La frammentazione della Repubblica Italiana, una e indivisibile secondo l’art. 5 della Costituzione, è il principale rischio dell’autonomia differenziata. Il provvedimento, approvato dal Senato il 23 gennaio 2024, è ora all’esame della Camera. Da chiarire innanzitutto che con la conversione in legge non si avrà il passaggio ad uno Stato federale, giacché non disponiamo di organi federali e forme di coordinamento tra Stato e Regioni sono previste solo in materia di immigrazione, ordine pubblico e sicurezza. Inoltre l’autonomia differenziata non va intesa come una maggiore spinta al decentramento amministrativo all’interno di un disegno organico. Il provvedimento attribuisce potestà legislativa esclusiva alle Regioni a statuto ordinario che ne facciano richiesta su 23 materie: 20 attualmente a legislazione concorrente tra Stato e Regione e 3 a legislazione esclusiva dello Stato.

Con il regionalismo differenziato “à la carte”, si compirà, dopo 23 anni dalla riforma del Titolo V, una secessione di “piccole patrie”, retaggio di un periodo in cui la Lega di Bossi condizionava sia la politica nazionale sia l’allora governo di centro-sinistra. Allo Stato saranno sottratte funzioni su iniziativa di alcune o potenzialmente tutte le Regioni a statuto ordinario, che potrebbero puntare ad ottenere tutte le materie. La burocrazia centrale sarà ancor più indebolita con il rischio di ridondanze o gap di professionalità tra centro e periferia. Riferendosi al nostro debito Ignazio Visco aveva sottolineato il rischio di innescare processi difficilmente reversibili e dagli esiti incerti. Sebbene la crisi di allora sia oggi ben lontana, con uno spread sceso sotto i 130 punti, l’autonomia differenziata prevede che il finanziamento delle funzioni da trasferire avvenga trattenendo fino al 90% del gettito erariale nazionale da parte della Regione. Fatto che determinerebbe uno squilibrio nel bilancio dello Stato, gravato da un debito pubblico di oltre 2.862,8 miliardi di euro a dicembre 2023 pari al 137,1% del pil. Ciò in una fase già complicata da bassa crescita dell’economia, tassi d’interesse elevati e dal nuovo patto di stabilità vincolante dal 2025.

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L’autonomia differenziata, partendo dalle tre Regioni più sviluppate, eroderà l’ambito e la portata delle politiche economiche, industriali e perequative nazionali di un’Italia monca.

Eppure già nel 2021 Lombardia, Emilia Romagna e Veneto, firmatarie delle pre-intese per “differenziarsi”, figuravano rispettivamente al primo, terzo e quarto posto della classifica per incidenza della spesa pubblica primaria assorbita, pari complessivamente al 33,7% della spesa, a fronte di una popolazione del 32,6% sul totale, mentre il Meridione e Isole (33,6% della popolazione totale) hanno percepito il 28,2% della spesa pubblica primaria. L’accumularsi di queste disparità ha prodotto quei gap in termini di infrastrutture e servizi pubblici al cittadino che, ai “blocchi di partenza” di questa sbilanciata competizione, offre vantaggi alle “velociste” e penalità alle Regioni più arretrate.

Per tranquillizzare l’opinione pubblica e i mercati il provvedimento all’art. 4 prevede una formula ecumenica che pone un potente freno al trasferimento di competenze nelle materie Lep: si potrà procedere al trasferimento delle funzioni solo dopo l’approvazione di stanziamenti che assicurino i livelli essenziali delle prestazioni su tutto il territorio. Restano però le materie non Lep, su cui i “Governatori” potranno esercitare la propria “sovranità” non appena il provvedimento sarà approvato dal Parlamento. Si tratta di materie come i rapporti internazionali e con l’Ue, commercio estero, professioni, giustizia di pace, protezione civile, previdenza complementare e integrativa, coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario oltre al credito bancario a carattere regionale. Ne deriverà una normativa più complessa e disomogenea che potrà distorcere le scelte delle imprese, le quali dovranno conformarsi a quadri normativi “patchwork”, con buona pace della semplificazione. Per i lavoratori l’esistenza di certificazioni, abilitazioni professionali, graduatorie, trattamenti previdenziali differenziati potrà alterare la mobilità geografica, con maggiore attrattività di talune Regioni a discapito di altre.

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