Palantir e i fondi scardinano la Difesa. Serve un modello di mercato alternativo
di Claudio Antonelli
di Sara Monaci
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Sei prodotti alimentari su dieci, nel mondo, sono il risultato dell’agropirateria internazionale. Sappiamo che l’impatto globale del fenomeno si attesta su un giro d’affari stimato in 100 miliardi di euro l’anno (in crescita del 70% negli ultimi dieci anni), pari al triplo del valore dell’export alimentare nazionale, un quarto dei quali si concentra solo negli Stati Uniti (23 miliardi di euro). In base alle attività svolte dall’ente certificatore Asacert possiamo risalire ai settori dove si concetrano i falsi italiani.
Dalla “Zotarella” al “Prosek”
Il prodotto più taroccato è la mozzarella, con storpiature nel nome come Zottarella. Seguito da altri formaggi come il Parmigiano Reggiano e Grana Padano, con nomi come Parmesan, Grana Pompeana, Parmesao e Reggianito. Seguono provolone e pecorino romano, quest’ultimo ottenuto con latte di mucca e non di pecora.
Nell’attività di controllo di Asacert, tra le principali società di certificazione in Italia, i “latticini fake” rappresentano il 40% del totale dei prodotti non italiani ritrovati nei ristoranti ispezionati. Al secondo posto troviamo i salumi, che rappresentano il 30%. Il salame è in testa, con indicazioni geografiche false come Calabrese, Toscano, Milano, Genova, Veneto, Firenze, Napoli. E la mortadella con imitazioni con storpiature come mortadela, indicazioni geografiche false come siciliana o con carne diversa da quella di suino.
Al terzo posto i sughi, realizzati con contenuti e ricette anche stravaganti che richiamano impropriamente all’Italia e indicazioni geografiche false come bolognese. Rappresentano il 15% del totale.