Ecco i primi sì dei giudici agli incontri intimi nelle carceri
A Parma e Terni accolte le ragioni dei detenuti contro i no del ministero. I magistrati applicano le indicazioni di Consulta e Cassazione
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I punti chiave
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Arrivano i primi provvedimenti sul riconoscimento del diritto all’affettività nelle carceri. A più di un anno dalla sentenza della Corte costituzionale e a poche settimane dalla pronuncia della Cassazione che ha contestato il declassamento a semplice aspettativa della richiesta di momenti di intimità, i magistrati di sorveglianza intervengono per dare effettività a un riconoscimento sinora rimasto solo sulla carta.
I ricorsi
Sia a Spoleto sia a Parma, con provvedimenti dal contenuto analogo, infatti vengono accolti i reclami presentati da detenuti contro le decisioni degli istituti penitenziari che hanno negato la possibilità di colloqui intimi con la compagna. Starà ora all’amministrazione penitenziaria valutare la possibilità di impugnazione davanti al tribunale di sorveglianza prima e in Cassazione eventualmente dopo. Possibile infine, davanti a una ripetuta inerzia nel dare esecuzione a verdetti favorevoli ai detenuti, anche l’esercizio del giudizio di ottemperanza con la nomina di un commissario a supplenza della stasi dell’amministrazione.
60 giorni per adeguarsi
Intanto, però, entrambi i provvedimenti dei giudici di sorveglianza danno tempo 60 giorni di tempo ai due penitenziari, quello di Parma e quello di Terni, per individuare le modalità con le quali far svolgere un colloquio visivo intimo, senza il controllo a vista della polizia penitenziaria.
Soluzioni temporanee
Se in entrambi i casi l’amministrazione penitenziaria si era trincerata tra l’altr0 dietro la totale assenza di interventi da parte delle strutture superiori per dare attuazione alla sentenza della Corte costituzionale del gennaio 2024, ora i due provvedimenti ricordano che al diritto all’affettività, in assenza delle condizioni ostative individuate dalla stessa Consulta, può essere realizzato anche attraverso «soluzioni temporanee, in assenza di interventi più strutturati e definitivi».
Responsabilità dei dirigenti
A chiamare i dirigenti delle carceri a un’assunzione di responsabilità del resto è la stessa Corte costituzionale, si legge nel provvedimento dell’Ufficio di sorveglianza di Reggio Emilia (con giurisdizione su Parma), a segnalare come «in attesa di un auspicato intervento legislativo, la preminente necessità di garantire anche alle persone detenute di poter esprimere una normale affettività in ambito familiare, rende necessario un intervento dell’amministrazione della giustizia, in tutte le sue articolazioni, centrali e periferiche, al fine di dare un’ordinata attuazione alle decisioni, incluse le direzioni degli istituti».


