Settori in crisi

Elettrodomestici, incentivi per l’acquisto di apparecchi più efficienti

A metà mese nuovo incontro al Mimit sulla Beko che ha annunciato quasi 2mila esuberi nel nostro Paese

Via libera alla manovra 2025 da 30 miliardi

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I primi 50 milioni di euro previsti dall’ultima Manovra per incentivare la sostituzione di vecchi frigoriferi, lavatrici, lavastoviglie, piani cottura, con nuovi a elevata efficienza energetica e prodotti in Europa potranno aiutare a tamponare la crisi del ramo “bianco” degli elettrodomestici. In un contesto in cui i bonus per la casa sono stati pesantemente ridotti, si tratta di una nuova agevolazione che si aggiunge a quella per i mobili destinata anche ai grandi elettrodomestici.

Si tratta di uno dei pochi bonus confermati sulla casa, una scelta, come ha spiegato il ministro delle Imprese e del made in Italy (Mimit), Adolfo Urso, con cui «coniughiamo sviluppo industriale e transizione green».

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Per risollevare il settore che passa da una crisi ciclica all’altra però ci vorrà ben altro. Soprattutto perché sullo sfondo c’è una crisi strutturale, dove le difficoltà vanno avanti ormai da molti anni. Dopo la fase pandemica e il picco di vendite e produzione del 2022, è ricominciato un calo molto forte. Certamente, però, per risollevare il settore che passa da una crisi ciclica all’altra ci vorrà ben altro. Soprattutto perché sullo sfondo c’è una crisi strutturale, dove le difficoltà vanno avanti ormai da vent’anni.

Il segretario nazionale della Fim Cisl, Massimiliano Nobis, cita un solo numero per capire: «A inizio 2000 in Italia nel bianco domestico venivano prodotti 30 milioni di pezzi, adesso siamo scesi a 10 milioni. Abbiamo perso i due terzi della produzione e la crisi di Beko che dovremo affrontare non è solo di marchio e azienda, fa parte di una crisi di sistema. E riguarda tutti». Cominciamo proprio da qui.

Nelle scorse settimane, Beko, la joint venture tra la turca Arcelik (75%) e Whirlpool Emea ( 25%), ha annunciato quasi 2mila esuberi su 4.200 addetti nel nostro Paese. Le prime discussioni al ministero del Made in Italy ci sono già state ma sarà nei prossimi giorni che comincerà la trattativa vera e propria sulla chiusura di alcuni stabilimenti, il ridimensionamento di altri e l’investimento sul solo settore cottura.

Un incontro è previsto per metà mese per capire come entrare nel merito di una riorganizzazione inaccettabile tanto per i sindacati, quanto per il Governo.

I produttori in Italia

Tra i timori c’è l’indeblimento della già debole supply chain, la catena di distribuzione in cui vengono inclusi materie prime (su cui dipendiamo da altri paesi), energia che paghiamo a prezzi elevatissimi, logistica e distribuzione. «Pesa per il 70% del costo finale del prodotto - valuta Nobis -. La decisione di Beko indebolirebbe ancora di più la supply chain e questo potrebbe innescare conseguenze anche sugli altri produttori rimasti in Italia». A dire il vero pochi.

L’Electrolux che ha 4.300 addetti, ha fatto importanti investimenti soprattutto a Susegana e a Solaro ma ha anche in corso i contratti di solidarietà un po’ in tutti i siti produttivi (escluso Susegana), la Haier che ha acquisito la ex Candy ma in Italia non raggiunge nemmeno un migliaio di addetti, dopo gli ultimi esuberi. E infine c’è tutta un’altra storia, quella dove si fondono il design e l’alto di gamma: la Smeg della famiglia Bertazzoni che ha oltre 2.600 lavoratori ed è in ascesa. In totale nel segmento, incluso l’indotto, i sindacati parlano di circa 13mila occupati, «la metà di inizio anni 2000», stima il segretario nazionale della Fiom, Alberto Larghi.

I dati di mercato

I dati del Gfk ci forniscono un quadro dettagliato di quanto sta accadendo oggi. Davide Pagani, senior client solution partner di Gfk (an Niq company), spiega che «la debolezza economica ha influenzato negativamente le vendite di grandi elettrodomestici in Europa negli ultimi tre anni. Nonostante l’inflazione si sia attenuata rispetto al picco del 2022, i consumatori continuano a sentirne gli effetti, adattandosi tramite diverse strategie: focalizzandosi sulla razionalizzazione della spesa, approfittando delle promozioni o adottando politiche di “trade-down”, preferendo quindi marchi più economici o, più in generale, riducendo i consumi.

Bonus casa, cosa cambia con la manovra

Ciò ha determinato una performance del mercato migliore in termini di unità vendute, rispetto all’andamento a valore, dovuto alla riduzione dei prezzi medi dei grandi elettrodomestici». Nei primi dieci mesi del 2024, però, «i nostri dati mostrano una ripresa della domanda in termini di unità: in Italia il settore del grande elettrodomestico è cresciuto del +2,1% rispetto allo stesso periodo del 2023 - continua Pagani -.

Tutti principali Paesi europei registrano un trend positivo dall’inizio dell’anno, con l’eccezione della Francia che vede una decrescita dei volumi del -1,7% La ripresa è stata principalmente guidata dal segmento del lavaggio, con una crescita significativa delle asciugatrici all’inizio della stagione 2024/2025. Al contrario, i prodotti da incasso hanno mostrato un andamento generalmente negativo, influenzati dal persistente rallentamento delle nuove costruzioni in Europa».

L’avanzata degli asiatici in Europa

All’ultimo incontro al Mimit sulla Beko Europe, la multinazionale ha presentato proprio i dati europei che mostrano una curva discendente dei volumi dei principali elettrodomestici che compongono il cosiddetto bianco, prodotti dai players europei: sono passati da 49,1 milioni di pezzi nel 2015 e una quota di mercato del 67,3% a 40,3 milioni del 2023 con una quota di mercato del 53,3%.

Rapido calcolo: i produttori europei hanno perso 9 milioni di pezzi e 14 punti di quota di mercato. Quelli asiatici al contrario nello stesso periodo sono passati da 17,4 milioni di pezzi del 2015, pari a una quota di mercato del 23,9% a 26,7 milioni, pari a una quota di mercato del 35,3%.

La crisi europea

Dietro i grandi marchi degli elettrodomestici ci sono stati i nomi dei Fumagalli, dei Merloni, dei Zanussi, dei Borghi, quelli delle dinastie industriali che hanno segnato la crescita e il progresso del nostro paese. Lavatrici, lavastoviglie, asciugatrici, frigoriferi, cappe aspiranti, piani cottura hanno portato il progresso nelle case e nelle vite delle persone, soprattutto delle donne, come pochi altri oggetti. E l’Italia è stato il grande produttore delle avanguardie, almeno fino agli anni 2000. Poi tutto è cambiato.

Dire che l’Italia non sembra più il paese degli elettrodomestici, però, non rende l’idea della crisi che il settore sta attraversando.

 

«È un problema generale europeo», sintetizza Gianluca Ficco, segretario nazionale della Uilm dove è responsabile dei settori automotive ed elettrodomestici. Che è arrivato fino all’alto di gamma tedesco, con gli annunci della tedesca Bsh (Bosch Siemens hausgerate) che punta ad avere 3.500 dipendenti in meno entro il 2027, con un impatto che già si sta facendo sentire in Italia dove la situazione più critica la stanno vivendo i 160 lavoratori della Edim, una controllata della casa tedesca, specializzata nella pressofusione e nelle lavorazioni meccaniche: la dismissione che riguarda i siti di Villasanta, in Brianza, e di Quero, in provincia di Belluno è già partita.

Per non dire di Miele, produttore tedesco di altissima gamma, che all’inizio del 2024 aveva annunciato un piano di ristrutturazione con 2.700 esuberi. In giugno, solo per la Germania, erano 1.300, oltre il 10% della forza lavoro. Basta guardare poche centinaia di chilometri oltreconfine per capire che il problema non è solo italiano. E pensare che negli anni settanta in Europa c’erano 400 produttori di elettrodomestici del settore bianco di cui 200 italiani. Poi sono scesi a 150 negli anni ’80, a 15 negli anni ’90 per poi dimezzarsi ancora nel 1995 quando 7 produttori coprivano l’86% della produzione Europea.

La delocalizzazione verso l’Europa dell’est

Tra fine anni ’90 e inizio 2000 il settore ha conosciuto la delocalizzazione verso l’Europa dell’est con la nascita di veri e proprio stabilimenti gemelli destinati alla produzione di più bassa gamma. Stabilimenti che oggi, a loro volta, sono in crisi, in alcuni casi già chiusi. Negli anni ci sono poi state molte operazioni di consolidamento, di fusioni e acquisizioni, spesso innescate da fasi congiunturali sfavorevoli o da passaggi generazionali.

Di crisi il settore degli elettrodomestici ne ha vissute tante, ma per Ficco, l’inizio dell’ultima che arriva dritto ai nostri giorni, si può far coincidere con «l’annuncio della Whirlpool americana di voler vendere la divisione europea, compresi marchi e brevetti, all’indomani dello scoppio della guerra in Ucraina. È stato chiaro, allora, che la multinazionale non considerava più l’Europa come una regione interessante. Di lì è iniziato il disimpegno che ha portato verso una joint venture, tra Whirlpool e la Beko degli Arcelik , a netta prevalenza Beko, tanto che la nuova società nata la scorsa primavera si chiama Beko Europe. Nella sostanza più una cessione che una joint venture».

La morsa asiatica

Il perché lo si trova nell’ingresso a partire dagli anni 2000 e nella progressiva espansione dei grandi colossi asiatici e mediorientali nel mercato Emea (Europe, Middel east and Africa) dove è cambiata significativamente la distribuzione delle quote. È così che oggi sono Haier, Hisense, Beko, Samsung, Lg a dare le carte anche in quest’area. «Le imprese sono strette tra una concorrenza asiatica agguerrita e costi di produzione molto più alti, sempre più alti che altrove, anche per via dell’energia che in Cina costa un terzo dell’Europa e in Italia è ancora più cara», continua Ficco. La compressione della marginalità in molti casi si è tradotta in perdite oggi non più sostenibili.

Il rilancio non può che passare da ingenti investimenti, come mostra la storia di alcuni siti, tra cui per l’Italia si può citare senz’altro Susegana dove la Electrolux produce frigoriferi e in una sola linea ha investito 110 milioni di euro. E del resto, dice Larghi, «la più grossa garanzia che possiamo avere da una multinazionale è che faccia investimenti significativi, che abbia poi bisogno di fare ammortamenti e rientrare dagli investimenti». Gli investimenti, però, non possono essere sganciati dalle vendite e dalla marginalità.

Il peso della supply chain debole

Nel caso degli elettrodomestici, a complicare lo scenario, è stata la geopolitica che è entrata in fabbrica poco tempo dopo il grande rimbalzo del periodo pandemico. Tra il mercato che si restringe e i costi che aumentano, il tema, oggi, è come rendere sostenibili le produzioni. Come detto i produttori europei, e ancor più quelli italiani devono remare controcorrente non solo per il costo dell’energia, ma anche per quello delle materie prime e più in generale della supply chain.

I produttori asiatici possono contare su un catena molto snella, disponendo di energia a basso costo e materie prime sul posto. L’Europa e l’Italia no. «Gli anelli della supply chain ossia le singole fasi che compongono la catena di approvvigionamento si dividono in tre grandi fasi, l’approvvigionamento delle materie prime, la produzione, la distribuzione. Quanti più anelli attraversa un prodotto, maggiore sarà il valore finale accumulato», spiega Nobis.

La sostenibilità della produzione e della redditività è quindi un tema molto ampio, sicuramente molto più ampio del costo del lavoro, ci dice Larghi: «L’incidenza del costo del lavoro sul prodotto finito si può stimare intorno al 15%. Quindi non possiamo parlare di problema di costo del lavoro e basta. L’incidenza di altri costi come la logistica, le materie prime e l’energia è importante e questo rende necessario affrontare il tema in termini generali per sostenere le nostre produzioni».

Per i sindacati ciò che serve sono ingenti investimenti sui processi e sui prodotti per migliorare la produttività e la redditività, ammortizzatori ad hoc per traghettare il settore oltre la crisi e destinati alle aziende che garantiscano la durabilità della loro presenza in Italia, strumenti per favorire il ricambio generazionale data l’età media elevata, soprattutto in alcuni siti.

Certamente non si può immaginare un ulteriore arretramento perché a quel punto davvero l’Italia, come anche l’Europa, diventerebbe residuale nella geografia dei produttori di elettrodomestici del segmento del bianco domestico.


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