Sbagliando si impara

Empatia, perché è una parola abusata e a che cosa può servire veramente

Per recuperare il vero significato dell’empatia, è necessario restituirle complessità e profondità

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Partiamo dalle origini del termine. La parola deriva dal greco antico “εμπάθεια” (empátheia), a sua volta composta da en-, “dentro”, e pathos, “sofferenza o sentimento”, termine utilizzato in ambito teatrale e di spettacolo per sottolineare il trasporto emotivo e partecipativo che connetteva l’artista al proprio pubblico. Passando ad a una definizione più contemporanea, per empatia si intende generalmente la capacità di comprendere lo stato d’animo e la dimensione emotiva di un’altra persona, in modo immediato e talvolta senza far ricorso alla comunicazione verbale.

Negli ultimi anni, per i più svariati motivi, il concetto di empatia è diventato, al pari della resilienza, decisamente pop e trendy. Utilizzato ora come buzzword aziendale, ora in frasi motivazionali di terza categoria, il termine ha finito per perdere di vista la sua complessità e profondità. Proviamo a fare ordine e vedere se è possibile salvare l’empatia da questa deriva di superficialità.

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Anzitutto, si è persa la tridimensionalità del concetto, sovrapponendolo esclusivamente alla componente di empatia emotiva. Daniel Goleman, autore di numerosi studi sull’intelligenza emotiva, spiega molto bene questa sfaccettatura nel suo ultimo libro Optimal in cui definisce l’empatia emotiva come la capacità di “comprendere cosa sentono le altre persone perché lo sentiamo anche noi”. La lettura attenta delle espressioni facciali, l’osservazione dei movimenti del corpo e la totale apertura all’altro sono il ponte necessario per collegarsi all’emotività altrui.

L’empatia emotiva nasconde un grosso potenziale effetto boomerang: il burnout emotivo. Diversi studi hanno dimostrato come alcune categorie particolarmente esposte alle emozioni altrui, ad esempio il personale infermieristico, siano particolarmente vulnerabili a questo tipo di esaurimento. L’iper-esposizione alle emozioni altrui, se non gestita adeguatamente, può tradursi in un sovraccarico emotivo, con conseguenze negative sia per il singolo che per l’organizzazione di appartenenza.

Per molti, il concetto di empatia si esaurisce nella sua dimensione emotiva, ma questo crea un interrogativo apparentemente provocatorio: a cosa serve l’empatia? Qual è la sua utilità, nella quotidianità? E in ambito organizzativo? Per rispondere a questa domanda, è necessario addentrarsi nelle altre due dimensioni dell’empatia: quella cognitiva e quella comportamentale.

L’empatia cognitiva e quella comportamentale

L’empatia cognitiva, che possiamo descrivere come la capacità di comprendere il punto di vista di un’altra persona senza necessariamente condividere le sue emozioni, è fondamentale per la comprensione dell’altro. Empatia cognitiva vuol dire entrare fino al collo nel contesto, nel punto vista e nei ragionamenti degli altri. È una forza generativa, molto faticosa da mettere in moto, che crea le condizioni per il fiorire di relazioni profondamente funzionali e vera inclusione. Non si tratta solo di intuire cosa l’altro stia provando, ma di costruire un quadro razionale delle sue necessità e motivazioni. Capire la mappa percettiva dell’altro anche quando non ci piace o non ci trova concordi.

Infine, c’è l’empatia comportamentale o, come piace etichettarla al sottoscritto, empatia attiva che è la capacità di tradurre la comprensione emotiva e cognitiva in azioni concrete. Questa dimensione è forse la più trascurata, ma anche la più decisiva.

In ambito organizzativo un leader empatico non è solo colui che comprende i propri collaboratori, ma che agisce di conseguenza, offrendo supporto e creando un contesto positivo e di radiale sollecitudine. Un ambiente in cui le persone sono incoraggiate ad agire per il bene comune e per il reciproco sostegno.

Tuttavia, per essere efficace, l’empatia deve essere autentica e bilanciata. Un eccesso di empatia emotiva, come già accennato, può portare al burnout, mentre una prevalenza di empatia cognitiva senza un reale coinvolgimento emotivo rischia di apparire manipolativa. Il segreto sta nell’integrare le tre dimensioni dell’empatia in modo armonico, adattandole al contesto e alle esigenze specifiche.

Per recuperare il vero significato dell’empatia, è necessario restituirle complessità e profondità. Ciò significa educare le persone a riconoscere e gestire le proprie emozioni, sviluppare una comprensione razionale degli altri e, soprattutto, tradurre questa consapevolezza in azioni che generino valore e inclusione.

L’empatia senza azione, svuotata da un impatto attuativo è mancanza di gestione del sé, o ancora peggio, pura vanità. Avete presente chi si vanta di essere “così empatico”?

Se coltivata con attenzione e intenzionalità, può diventare invece non solo uno strumento di crescita personale, ma anche una leva strategica per costruire organizzazioni e società più umane e resilienti. Viva l’empatia.

*Consulente di Newton Spa

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