Empatia, un viaggio verso l’altro con non pochi rischi
Il rischio di contagio emotivo avviene in maniera molto più subdola di quello che potrebbe sembrare
4' min read
4' min read
In una delle, ora più frequenti, occasioni di formazione aziendale in aula dal vivo, mi è capitato di tornare a proporre e discutere (vestendo i panni del formatore) la questione dell’empatia. E si tratta sì di una vera e propria “questione”, nella misura in cui è attualmente una di quelle cosiddette buzzword, ovvero una parola in auge. E lo è in particolar modo nella bolla mediatica del network di esperti di leadership, coach e formatori nella quale navigo anche io.
Peraltro, un recente fatto di cronaca ovvero un signore caduto in un fiume e salvato da due ragazzi che si sono tuffati mentre altri passanti osservavano la scena tramite le telecamere dei propri smartphone, apparentemente, ha messo in evidenza in maniera lampante cosa significhi averne e non averne affatto.
Di fronte a un altro essere umano che dovesse trovarsi in una condizione di disagio (sia materiale che emotivo), tutti dovremmo sentirci pronti a dare il nostro sostegno, in virtù dell’umana propensione all’immedesimazione, capace di farci comprendere lo stato di disagio altrui. E ci sembra assurdo che alcuni altri esseri umani possano restare insensibili e immobili.
Empatia e moralismo
Questa interpretazione dell’empatia si porta dietro una chiave di lettura per certi versi moralistica, nella quale in linea di principio sarebbe possibile distinguere il giusto dallo sbagliato sulla base di alcuni criteri convenzionalmente condivisi. E spesso è proprio l’empatia che genera alcune nostre reazioni anche di fronte a fatti che accadono lontano da noi e questo ci potrebbe spingere ad assumere delle posizioni moralmente ineccepibili ma razionalmente discutibili.
Eppure, c’è un libro intitolato “Contro l’empatia. Una difesa della razionalità” scritto da uno psicologo che insegna a Yale, Paul Bloom, che sembrerebbe assumere una posizione del tutto diversa e aggiungere una chiave di lettura nuova e interessante. Uno degli esempi dirimenti citati da Bloom è quello di Churchill. Durante la Seconda guerra mondiale gli inglesi avevano scoperto come decodificare il codice Enigma dei nazisti e quindi erano al corrente dell’attacco alla città di Coventry che si sarebbe verificato di lì a poco. Che cosa avrebbe dovuto fare Churchill? Salvare la città sulla base dell’empatia, ma svelare di avere decriptato il codice, oppure sacrificare la città, conservando il vantaggio militare per vincere la guerra e salvare così anche un numero maggiore di vite? Gli inglesi optarono per la seconda terribile alternativa.

