Lo studio

Entro dieci anni sei milioni di lavoratori potrebbero essere sostituiti dall’Intelligenza artificiale: a rischio contabili, bancari e statistici

Secondo uno studio Censis Confcooperative altri 9 milioni potrebbero integrare l’IA con le loro mansioni. Il grado di esposizione aumenta con il crescere del livello di istruzione: penalizzate le donne

INTELLIGENZA ARTIFICIALE GENERATE AI IA BOT ROBOT

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Da qui al 2035 sono 15 i milioni i lavoratori italiani esposti all’impatto dell’Intelligenza artificiale, in particolare 6 milioni sono a rischio sostituzione, mentre 9 milioni potrebbero integrare l’IA con le loro mansioni. Il Focus Censis Confcooperative “Intelligenza artificiale e persone: chi servirà chi?” evidenzia che il grado di esposizione alla sostituzione o complementarità aumenta con il crescere del livello di istruzione, e che per questa ragione le donne sono più esposte degli uomini. Si attende, dunque, un acuirsi del gender gap. Ma l’IA rappresenta potenzialmente anche grandi opportunità, ad esempio di incremento della produttività e si calcola che porterà in dieci anni una crescita del Pil fino a 38 miliardi, pari al +1,8per cento.

Le dieci professioni più esposte alla sostituzione e quelle più complementari

Le professioni più esposte alla sostituzione nell’arco del decennio per effetto dell’IA, secondo questo report, sono quelle intellettuali automatizzabili: in cima matematici; contabili;, tecnici della gestione finanziaria; tecnici statistici; esperti in calligrafia; economi e tesorieri. Seguono periti, valutatori di rischio e liquidatori; tecnici del lavoro bancario; specialisti della gestione e del controllo delle imprese private e pubbliche.

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Tra le professioni ad alta complementarità con l’IA figurano i direttori e dirigenti della finanza ed amministrazione; direttori e dirigenti dell’organizzazione, gestione delle risorse umane e delle relazioni industriali; notai; avvocati, esperti legali in enti pubblici; magistrati; specialisti in sistemi economici; psicologi clinici e psicoterapeuti; archeologi, specialisti in discipline religiose.

«Questi dati dimostrano come il paradigma vada subito corretto: la persona va messa al centro del modello di sviluppo con l’intelligenza artificiale al servizio dei lavoratori e non viceversa», secondo il presidente di Confcooperative Maurizio Gardini

Il 54% dei lavoratori con un’istruzione superiore è considerato ad alto rischio di sostituzione

Il grado di esposizione alla sostituzione o complementarità aumenta con l’aumentare del livello di istruzione, considerando che nella classe dei lavoratori a basso rischio il 64% non raggiunge il grado superiore di istruzione e solo il 3% possiede una laurea. Per quanto riguarda le professioni ad alta esposizione di sostituzione, la maggior parte dei lavoratori (54%) hanno un’istruzione superiore e il 33% un diploma di laurea. Al contrario i lavoratori che più vedranno l’ingresso complementare delle IA nei processi produttivi posseggono una laurea (59%) mentre sono il 29% quelli con un diploma superiore

Le donne sono più esposte degli uomini, dal momento che il livello di esposizione all’IA aumenta con il grado di istruzione, con l’effetto di aumentare il gender gap a svantaggio della popolazione femminile di lavoratrici che rappresentano il 54% dei lavoratori ad alta esposizione di sostituzione e il 57% di quelli ad alta complementarità.

Il divario con l’Europa

Nel 2024 solo l’8,2% delle imprese italiane utilizza l’IA, contro la media europea del 13,5%: siamo lontani dal 19,7% della Germania, e restiamo al di sotto dell’11,3% della Spagna e al 9,91% della Francia. Il divario è particolarmente evidente nei settori del commercio e della manifattura, dove l’Italia registra tassi di adozione inferiori alla media europea. Pesa probabilmente la struttura del nostro sistema produttivo che vede numericamente la forte prevalenza di micro imprese e PMI.

Ma anche guardando l’evoluzione dell’utilizzo dell’IA negli ultimi anni, mentre l’Italia ha fatto registrare un andamento altalenante passando dal 6,2% del 2021 al 5%del 2023, per attestarsi all’8,25 del 2024, l’Unione europea nello stesso arco temporale saliva dal 7,6% all’8% per poi raggiungere lo scorso anno il 13,5%.

Altro dato interessante: nel biennio 2025-2026, il 19,5% delle imprese italiane prevede di investire in beni e servizi legati all’IA, con percentuali più alte nel settore informatico (55%) e più basse nella ristorazione (1,4%). Le grandi imprese mostrano una maggiore propensione all’investimento rispetto alle PMI.

In ricerca sviluppo investiamo l’1,33% del Pil contro il 2,33% della Ue

Il report di Censis e Confcooperative evidenzia i ritardi negli investimenti in ricerca e sviluppo. L’Italia investe l’1,33% del PIL rispetto alla media europea del 2,33%. L’obiettivo UE è arrivare a una media del 3% per il 2030, soglia già superata dalla Germania che investe il 3,15%, mentre la Francia investe il 2,18%, più di noi ma lontana dall’obiettivo fissato per il 2030. Anche su questo dato incide la struttura del nostro sistema produttivo dal momento che le micro imprese sono generalmente meno propense ad investire in ricerca e sviluppo.

L’Italia mostra un forte ritardo nell’adozione dell’Intelligenza Artificiale rispetto ad altri paesi europei. Secondo il Government AI Readiness Index 2024, l’Italia si posiziona al 25° posto, dietro a 13 paesi europei.

Previsioni occupazionali al 2030: il 27% delle ore lavorate sarà automatizzato

Entro il 2030 la stima è che circa il 27% delle ore lavorate in Europa sarà automatizzato. I settori più esposti sono la ristorazione (37%), il supporto d’ufficio (36,6%) e la produzione (36%), mentre quelli meno impattati sono la sanità e il management.

Secondo una recente rilevazione Censis, il 20/25% dei lavoratori utilizza strumenti IA sul luogo di lavoro. in particolare il 23,3% utilizza IA per la scrittura di mail, il 24,6% per messaggi, il 25% per la stesura di rapporti e il 18,5% per la creazione di Curriculum Vitae. I numeri salgono al diminuire dell’età, come dimostra il 35,8% tra i 18-34 anni che utilizza IA per la stesura di rapporti contro il 23,5% tra chi ha più di 45 anni o il 28,8% dei più giovani che utilizzano per la scrittura di mail, a fronte di un 21,9% della fascia di popolazione che ha più di 45 anni. Non emergono, invece, vistose differenze tra i vari livelli di istruzione.

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