Esemplari normali supervalutati

Auto storiche, è boom di truffe: così i falsi inquinano il mercato

Gli abusi sulla certificazione consentono pure di non pagare imposte sui redditi anche per milioni

di Maurizio Caprino

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Non è solo una questione di evadere bollo auto, Ipt (imposta provinciale di trascrizione) e imposta sulle assicurazioni. Gli abusi sulla certificazione dei veicoli storici e d’epoca consentono pure l’evasione fiscale nel senso più proprio, quella che consente di non pagare imposte sui redditi anche per milioni.

Non solo: attorno al settore ruotano vari reati, fra cui truffe legate alla supervalutazione di esemplari “ordinari” fatti passare per rarissimi e supertitolati per aver partecipato alle corse più importanti degli anni “eroici” o essere appartenuti a celebrità. E, in caso di incidente, sono problemi anche per le assicurazioni, che devono evitare di risarcire cifre ingiustificate.

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Truffe di ogni tipo

Quindi con la falsificazione si è andati molto oltre le classiche vendite concluse da persone che in realtà non disponevano del veicolo oggetto di trattativa e, incassato quantomeno un robusto acconto dall’ignaro acquirente, sono sparite.

Il fenomeno ha radici negli anni Ottanta, quando il collezionismo ha iniziato a non essere più per pochi e a mobilitare investimenti anche considerevoli.

Per normali appassionati, specialisti molto competenti e semplici curiosi, si trattava di cercare fra pochi “pezzi” ben conservati o già restaurati e una moltitudine di esemplari nelle condizioni più svariate, tra cui rottami scovati nei pollai.

I prezzi nelle aste iniziarono a salire vertiginosamente e così si iniziò da una parte a certificare i veicoli più pregiati e dall’altro ad architettare frodi anche raffinate.
Si è andati avanti tra alti e bassi delle quotazioni che non hanno mai scoraggiato speculatori con pochi scrupoli e falsari veri e propri. Tanto più che è oggettivamente difficile ricostruire le vita di un veicolo nei decenni antecedenti agli anni Ottanta, fra documenti frammentari della fabbrica o di manutenzioni, modifiche, passaggi di proprietà e incidenti dagli esiti non chiari. Così si è creato tanto spazio per chi, partendo da un telaio di una serie normale, ha clonato la corrispondente versione rarissima e l’ha messa sul mercato, trovando anche facilmente un compratore non necessariamente sprovveduto.

Le prime denunce

Verso la fine dello scorso decennio, si è passati dai mugugni diffusi (con riscontri qua e là nelle cronache giudiziarie) a denunce pubbliche, incentivate non solo dall’interesse di costruttori e sponsor a tutelare i propri marchi e dei collezionisti virtuosi ad avere un mercato trasparente: c’è stata anche una crescente contrapposizione di interessi fra gli enti già abilitati dal Codice della strada a riconoscere la “storicità” di un veicolo e quelli istituiti più di recente e in cerca di un ruolo più importante. Si sono moltiplicate le cautele dei costruttori e i corsi per certificatori.

Il Registro Mille Miglia

Si può anche citare il caso del Registro Mille Miglia: per garantire il più possibile che i veicoli ammessi all’annuale “rievocazione” della storica corsa siano davvero gli stessi che hanno corso le edizioni di quando era una gara di velocità, è diventato obbligatorio iscrivervisi, dopo aver passato un “esame”. Inoltre, quasi tutti i “tesori” di molti decenni fa rimasti a lungo sconosciuti o ritenuti perduti sono stati ritrovati. Dunque è ormai improbabile ritrovarne altri. E i modelli più recenti sono più facilmente tracciabili. Per chi può, ci sono pure analisi scientifiche su metalli e saldature.

Parrebbe un quadro tranquillizzante, ma denunce e polemiche sembrano dimostrare che nemmeno le recenti cautele non sono bastate a far sì che tutte le certificazioni siano firmate da persone competenti e integerrime. Si dice che restino in giro tante contraffazioni del passato non ancora emerse e il rischio di comprare un falso fa ancora paura.

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La condanna

Non paiono esserci particolari legami tra questi rischi e la regolarità fiscale dell’acquisto. Lo dimostra il caso del commerciante condannato in primo grado un anno fa (si attende l’appello) a ben sette anni e cinque mesi, con confisca di beni. Era stato scoperto dalla Guardia di finanza di Genova, che gli aveva contestato un’evasione per 4,5 milioni di euro su 39 compravendite di auto e moto dal 2013 al 2018 (si veda Il Sole 24 Ore del 10 agosto 2020). Dalle indagini era emersa anche qualche prassi commerciale disinvolta, ma i mezzi erano generalmente autentici e in buono stato. Tanto che 21 vetture sono state esposte temporaneamente al Museo dell’Automobile di Torino, nel 2020.

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