Essere lavoratori dipendenti limita la creatività?
Nell’era dei robot e della competizione servono persone che gestiscano in modo intraprendente situazioni non riconducibili a un rigido mansionario
di Lorenzo Cavalieri *
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In Italia ci sono 22 milioni di lavoratori dipendenti e 5 milioni di lavoratori autonomi, di cui una parte non trascurabile è costituita da dipendenti mascherati (le cosiddette false partite iva). Nella testa degli italiani il lavoro è lavoro dipendente. Certo, siamo la patria delle piccole imprese, degli artigiani e dei commercianti, abbiamo una storia millenaria di borghesia mercantile illuminata, ma nella nostra mentalità lavorare significa superare un colloquio di selezione o un concorso, aspettare le istruzioni di un capo e la busta paga a fine mese.
Si tratta presumibilmente della sintesi di tre eredità storico/culturali: il latifondo, la fabbrica, la burocrazia statale e militare. Quando usiamo l’espressione “trovare lavoro” non stiamo dicendo “trovare clienti”, ma stiamo dicendo “trovare datori di lavoro”. È un riflesso condizionato sociale. Quando chiediamo a un lavoratore autonomo quanto guadagna ci risponde con un’approssimazione del suo reddito mensile, come se qualcuno gli accreditasse il suo salario al 27 del mese. E se chiediamo a uno sconosciuto di cosa si occupa nella vita quasi sempre ci sentiremo rispondere con un riferimento al suo datore di lavoro (lavoro per l’azienda x; lavoro alla…, lavoro in….) piuttosto che con un riferimento al suo mestiere e alla sua competenza (sono una segretaria, sono un commerciale, sono un informatico).
Secondo i sondaggi il sogno lavorativo degli adulti italiani è il posto pubblico (lo sognava il 15% nel 2016 e il 28% nel 2018), simbolo nella percezione comune di una rigorosa definizione dei “compitini” sancita da un contratto. Questo percepire il lavoro come lavoro dipendente ha plasmato la nostra mentalità e conseguentemente il modo di interpretare i nostri mestieri.
Dipendere è un concetto che implica fragilità. Basti pensare alla parola dipendenze. Chi dipende non basta a se stesso, non sta in piedi da solo. Ha bisogno di un “gratificatore”, ha bisogno di punto di riferimento per definire la propria identità e il proprio ruolo, ha bisogno infine di un ombrello protettivo a cui rivolgersi in situazioni impreviste, critiche, delicate, imbarazzanti.
Sto tracciando il profilo e l’atteggiamento di un bambino. Il bambino che ha un problema non guarda il problema, guarda il genitore per scaricargli il problema. Il bambino che ha combinato un pasticcio non pensa a risolverlo, pensa a come nasconderlo o raccontarlo al genitore. Il bambino a cui viene chiesto di fare qualcosa che lo mette a disagio risponde che “non dipende da me”, “non posso farci nulla”, “non spetta a me”. Non solo, si lamenta con il genitore/datore di lavoro che è il vero colpevole delle sue difficoltà , “è colpa tua se le cose stanno andando così, avresti dovuto/mi avevi promesso…”.

