Eurolandia a più velocità? Quattro grafici per capire come vanno l’Italia e i paesi periferici
di Riccardo Sorrentino
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Forti che prevalgono sui deboli. Crescita compressa per l’austerità. La storia dell’Unione monetaria, a sentire gli euroscettici, è la storia di una profonda ingiustizia, e di una rigida applicazione di ricette ideologiche e preconcette. Il nostro Paese ne sarebbe uno delle principali vittime. I dati, però raccontano una storia in parte diversa.
Prima della recessione: la corsa dei periferici
Dividendo l’area euro in tre grandi gruppi: i Paesi core (definiti un po’ per esclusione), i Paesi periferici (Spagna, Grecia, Irlanda, Grecia, Malta, Cipro), con l’Italia per conto sue per meglio valutare l’andamento della nostra economia in rapporto agli altri due grupppi, emerge che, a partire dal 1999 e fino alla Grande recessione, sono state le economie periferiche a fare decisamente meglio delle altre (+3,5% la media annua, dopo l’ingresso della Grecia), mentre la crescita dell’Italia è rimasta molto bassa (1,5% medio annuo).
La crisi del debito e il grande rimbalzo
La fase più interessante è però quella successiva alla crisi del debito, esplosa in Grecia nel 2010. I Paesi “core” sono stati praticamente risparmiati dalle difficoltà, proprio mentre quelli più deboli vedevano l’attività economica contrarsi rapidamente (nel 2013 era il 93% di quella del 2010), salvo poi riprendersi rapidamente, fino a superare il livello precrisi; anche se non hanno raggiunto il gruppetto core, nel senso che non c’è stata una convergenza. L’Italia ha sofferto meno, ma poi non è riuscita a innescare una vera ripresa.


