Fare ricerca sugli oggetti sottratti dai nazisti è coltivare la memoria
Gli appuntamenti in programma all’Università Cattolica di Milano per il 9 e 10 aprile
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Hannah Arendt individuava la radice del male assoluto nella determinazione dell’individuo a non ricordare e, quindi, a non pensare: è chi «si rifiuta cocciutamente» di dialogare con sé stesso sul significato delle proprie azioni, come pure di «ripensarci retrospettivamente», e dunque si rifiuta cocciutamente – pur restando umano – di essere propriamente persona, ossia di giudicare sé stesso e i propri atti, a poter compiere le azioni più atroci, fino alle torture e agli stermini di massa.
Il 9 aprile si celebra il Provenance Research Day 2025, ossia la giornata dedicata alla ricerca sulle origini e le vicende proprietarie di opere d’arte e antichità, con l’obiettivo di formare curatori, mercanti, intermediari e acquirenti consapevoli di quanto sia indispensabile conoscere la “storia” di un oggetto, prima della sua acquisizione, onde concorrere a ridurre, oggi, il traffico illecito di beni culturali e, rispetto al passato, rimediare per quanto possibile a crimini e ingiustizie legati a guerre, conflitti armati e colonialismo.
Come ogni anno, molte delle iniziative della giornata – tra cui la conferenza organizzata dall’Università Cattolica del Sacro Cuore sul tema “Provenance Research and International Justice: Objectives, Methods and Challenges” e aperta al pubblico – saranno dedicate al tema della restituzione delle opere d’arte sottratte negli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso, migliaia delle quali attendono ancor’oggi che sia “resa giustizia” alle vittime (o, meglio, ormai, ai loro eredi) della barbarie nazifascista.
Nella “piccola storia” di ciascuno di questi beni rubati, confiscati, estorti, è iscritta, a lettere di sangue, la “grande Storia” degli orrori del Novecento. Ricercare e conoscere la prima è anche un modo di fare memoria e rendere testimonianza della seconda, affinché questo non si ripeta. Restituire questi beni ai loro proprietari e alle loro comunità è una forma di almeno parziale riparazione delle tragiche lacerazioni consumatesi con la disumanizzazione e lo sterminio di milioni di persone. La cura per l’opera d’arte e la sua storia è, dunque, anche cura per l’umano, per le drammatiche vicende di persone cui rendere, per quanto possibile, giustizia.
Un’attenzione al tempo stesso riflessiva e retrospettiva, ma anche proiettata al futuro – affinché ciò che è stato non si ripeta – che è al cuore dell’evento conclusivo del ciclo di incontri su “Giustizia e Letteratura” organizzato ogni anno dall’Alta Scuola Federico Stella sulla Giustizia Penale. Dedicato, quest’anno, al tema dei «giusti, testimoni di memoria, attenzione e umanità, nella letteratura», il convegno si aprirà lo stesso 9 aprile, nell’Aula Magna dell’Università Cattolica, con una serata intitolata ai «giusti nella testimonianza dei salvati», in cui videotestimonianze tratte dagli archivi di Yad Vashem si alterneranno a brani musicali e a una riflessione sul ruolo letteralmente “vitale” dell’agire personale – ossia dell’agire di chi, per parafrasare ancora Arendt, sceglie di ricordare e pensare e, dunque, di essere ‘persona’ nel senso più autentico del termine.

