Fare silenzio, un passo fondamentale per ascoltare e capire gli altri
L’empatia è fondamentale nell’ascolto attivo, ed è legata al saper percepire non solo quello che viene detto
di Massimo Calì *
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Nelle rubriche degli ultimi mesi citavo, più o meno scherzosamente, il tacere come presupposto irrinunciabile tra le regole dell’ascolto. Provavo inoltre a differenziare il banale «stare zitti» dal più complesso «fare silenzio». Approfondisco il concetto, stimolato da alcune riflessioni emerse con sempre maggior forza nei miei workshop di questi mesi nelle aziende, con i diversi ruoli che prevedono relazione e quindi ascolto (siano essi commerciali, manageriali, di collaborazione nei gruppi di lavoro).
Parto dalle parole: silenzio, dal latino silentium, che deriva a sua volta dal verbo silere, sinonimo proprio di tacere, non fare rumore. L’uso che ne facciamo è associato più spesso all’idea di togliere che di aggiungere (togliere la parola, o il rumore). Curioso poi se osserviamo a che verbi lo associamo. Spesso usiamo un intransitivo, cioè “stare” (in silenzio) quindi un verbo che indica uno stato o un modo di essere. La situazione già cambia se decidiamo di usare “fare” (silenzio), che in qualità di verbo transitivo ci indica un’azione che appunto «transita», cioè si estende dal soggetto all’oggetto diretto, sottintendendo quindi una pulsione generativa.
Proviamo ad approfondire entrambi gli aspetti. Partiamo dal togliere: in una relazione di ascolto, la parola e il “rumore” da ridurre riguarda proprio noi stessi, non solo fisicamente, ma “interiormente”. Dobbiamo riuscire a rimanere nell’ascolto con le nostre intelligenze, tirandoci però contemporaneamente fuori per tutto il resto.
È ancora una volta il linguaggio che ci mette in guardia su quanto sia difficile riuscire a farlo. Pensate ad esempio ad una delle espressioni più popolarmente diffuse rispetto al significato della parola empatia. L’empatia è fondamentale nell’ascolto attivo, ed è legata al saper ascoltare non solo quello che viene detto. Ebbene spesso la sento definire come il «sapersi mettere nei panni di qualcuno».
L’espressione metaforica invita a saperci vedere nel suo contesto; letteralmente però non ci invita a modificarci: ci mettiamo nei suoi panni, ma se rimaniamo noi stessi, staremo ascoltando noi e quello che noi faremmo in quella situazione. E dove è allora l’ascolto dell’altro?


