Fermi tutti
Perfino le mete low cost possono tornare a essere esotici luoghi letterari. Ovvero, perché leggere libridi viaggio in un'epoca in cui si viaggia pochissimo
di Guido De Franceschi
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Nella produzione libraria esiste – fin dai tempi di Erodoto – un settore merceologico che ha a che fare con l'altrove geografico. Sì, “l'altrove geografico” è una brutta espressione fumosa, i cui contorni sono smangiati dall'imbarazzo di averla scritta nel tentativo un po' goffo di indicare quell'ampia categoria bibliografica che include – insieme ai reportage e ai diari di viaggio e agli atlanti letterari e alle guide d'autore – anche molti altri libri che non sono nati per raccontare un posto a chi vive lontano da quel posto, ma che, una volta che sono diventati un prodotto da esportazione grazie alle traduzioni, hanno assunto quella allure di esotismo che li rende assimilabili a un racconto di viaggio – e questa è una cosa che può accadere sia a una raccolta di articoli giornalistici sul Midwest sia a un romanzo poliziesco turco con un'ambientazione ben disegnata.
Da qualche tempo, Iperborea propone The Passenger, un periodico che non si capisce se sia una rivista che sembra un libro o un libro che sembra una rivista, ma che rappresenta molto bene, con parole e immagini avvolte in uno splendido involucro grafico, questo tipo di scrittura. La definizione del Passenger offerta dall'editore – «inchieste, reportage letterari e saggi narrativi che formano il ritratto della vita contemporanea di un Paese e dei suoi abitanti» – dimostra peraltro che, per spiegare un concetto un po' sfuggente, non serve ricorrere a orrori come “altrove geografico”. E, in ogni caso, il Passenger, che talvolta è dedicato a un Paese e talvolta a una città è ogni volta un piccolo bestseller.
Eppure qualcosa è cambiato. Per 2.500 anni, i libri che formano il ritratto della vita contemporanea di un Paese, di una città e dei suoi abitanti (promesso: non scriveremo mai più “altrove geografico”) si sono rivolti quasi esclusivamente a lettori che mai avrebbero visto i luoghi di cui quei libri parlavano. Invece, ormai da qualche decennio, i libri di questo tipo si rivolgevano, in quota crescente, a persone che quei luoghi li avrebbero presto visti, o che perlomeno avrebbero potuto vederli se soltanto avessero acquistato il biglietto di un volo low cost, o che addirittura li avevano già visti e volevano rivisitarli almeno su carta.
Infatti, se si escludono alcune mete davvero molto costose, la logora formula retorica del “viaggiare da fermi grazie a un libro” era ormai ammissibile soltanto nel caso in cui, del tutto comprensibilmente, si fosse scelto di leggere “in luogo fresco e asciutto” di esperienze che, se vissute anche in prima persona, avrebbero comportato il disagio di disseccarsi nel deserto del Gobi o di sciogliersi in una strada di Hanoi, trafitti da inaccettabili valori igrometrici. E infatti, da anni, i libri che formano il ritratto della vita contemporanea di un Paese, di una città e dei suoi abitanti si compravano soprattutto quando un viaggio lo si stava pianificando, o comunque lo si aveva già lì, a galleggiare sull'orizzonte dei propri desideri realizzabili.
Ma invece no. Ecco che da otto mesi ci sentiamo di nuovo tutti come si sentiva nel 1798 il grande naturalista, esploratore e scrittore Alexander von Humboldt: «Era esasperato. Con le tasche piene di soldi e la testa piena delle più aggiornate conoscenze scientifiche e tuttavia ancora incapace di viaggiare. Guerra e politica, diceva, bloccavano tutto, “il mondo è chiuso”», (così lo descrive Andrea Wulff nella sua biografia L'invenzione della natura pubblicata dalla Luiss University Press).





