Ferrara mette insieme pubblico e privato per riorganizzare gli archivi culturali
In arrivo l’Archivio di Stato nella sede della Banca d’Italia. Meno del 30% degli archivi italiani sono a norma e l’Italia possiede l’80% del patrimonio documentale mondiale
di Ilaria Vesentini
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La recente alluvione in Romagna è stata solo l’ultimo di tanti episodi, tra catastrofi naturali, incendi e malagestione, che hanno messo in luce i ritardi accumulati dal Paese in tema di conservazione efficiente ed efficace del patrimonio archivistico degli enti e dell’urgenza di investire in prevenzione invece che su emergenza e restauro.
«Sono stati sommersi dall’acqua 31 archivi, 13 biblioteche e diversi teatri e i loro depositi sono ancora inagibili, come a Lugo, Conselice. Gli archivi sono un tema negletto, sempre l’ultima priorità sul tavolo degli amministratori, inaugurare e gestire archivi non è popolare, men che meno investire risorse», sono le parole con cui l’assessore alla Cultura e al Paesaggio della Regione Emilia-Romagna, Mauro Felicori, ha inaugurato nel salone della Pinacoteca del Palazzo dei Diamanti di Ferrara la giornata di studio nazionale sul tema della conservazione intelligente degli archivi, davanti a una platea di manager pubblici, organizzata dal Comune estense e da Makros.
Giovane realtà imprenditoriale locale che dal 2011 si occupa di nuove tecnologie (6 brevetti) per proteggere il patrimonio cartaceo degli archivi da fuoco, acqua, batteri, muffe, attraverso contenitori-armadi dove sensoristica, chimica, intelligenza artificiale interagiscono per garantire sistemi di protezione passiva e la salvaguardia della nostra memoria storica e della nostra identità. Tecnologie fondamentali anche per riorganizzare e rendere sicuri e fruibili anche archivi contemporanei di depositi e conservatorie, non meno importanti per garantire la giustizia economia e sociale.
Poca prevenzione, ma costi altissimi del restauro
In realtà gli archivi sono per legge un “bene culturale” da proteggere, tutelare e valorizzare (Dlgs 42/2004), ma i 500 milioni di euro stanziati dal Pnrr per migliorare, integrare e digitalizzare il patrimonio di archivi, biblioteche, musei e offrire a cittadini e operatori nuove modalità di fruizione sono una goccia (12 i progetti finanziati) di fronte alle esigenze di adeguamento del sistema-Italia. Solo un 30% degli edifici italiani che custodiscono il più vasto patrimonio storico del pianeta sono a norma secondo le regole antincendio e di prevenzione, stima Paolo Crisostomi, uno dei massimi esperti di restauro in Italia, ricordando che il recupero di una singola pagina di pergamena logorata da acqua, fango, fuoco, muffe costa dai 60 agli 800 euro e si fa presto quindi a capire quanto la prevenzione sia più conveniente rispetto al recupero o alla perdita del bene.
L’archivio di Stato di Ferrara nella sede della Banca d’Italia
L’Emilia-Romagna ha 23 siti Unesco, 424 musei, 588 biblioteche, la cultura è una industria che fornisce lavoro a 95mila persone e vale all’incirca 12,4 miliardi di euro di fatturato, il 4% dell’intera economia regionale. In Italia i numeri salgono a 4.292 musei e luoghi espositivi (il 65% pubblici), 13mila biblioteche e 101 archivi di Stato con circa 15 milioni di elementi conservati. Ma pur avendo la più alta quota in Europa di studenti del ciclo terziario iscritti a percorsi culturali (circa il 20% contro il 14% dell’Ue), l’Italia investe in cultura meno di un terzo della Germania o della Francia. Ed è proprio per l’archivio di Stato di Ferrara che il sottosegretario alla Cultura Vittorio Sgarbi ha annunciato, nel corso del convegno, una notizia attesa da oltre dieci anni in città: entro pochi giorni sarà firmato il contratto di vendita della sede della Banca di Italia in centro a Ferrara al Ministero, che ne farà la sede dell’archivio di Stato e ci sono 5,5 milioni di euro già stanziati per il restauro. «Gli archivi sono del Paese, di tutta la comunità, anche quando sono privati e un archivio non praticabile come quello che c’è oggi qui in via della Giovecca è un esempio di come un archivio non deve essere, indica il male di uno Stato che fa conservazione cretina, non certo intelligente. Noi viviamo con un archivio vivente in tasca, lo smartphone, rendere gli archivi disponibili oggi anche a distanza è fattibile sul piano economico e tecnico ed è un imperativo».


