Santoni: «Festeggiamo 50 anni creando cultura per il territorio»
La passione, i giochi da bambino, la ricerca e l’innovazione, il legame con le radici: Giuseppe Santoni, presidente del marchio di calzature di eccellenza di Corridonia, nelle Marche, ricorda la storia e rivela i piani futuri della sua azienda
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Per diversi secoli, fino alla metà dell’Ottocento, il nome di Corridonia è stato Montolmo, derivato dall’enorme albero di olmo che svettava sul punto più alto dell’abitato. C’è un albero molto simile nel logo scelto da Santoni per celebrare i suoi primi 50 anni: «Le sue radici sono la nostra storia, i suoi rami l’ambizione di raggiungere il futuro», spiega Giuseppe Santoni, presidente e figlio dei fondatori dell’azienda che ha sede nella città marchigiana. «Avevo sette anni quando i miei genitori aprirono un piccolo laboratorio dove cucivano tomaie - racconta -. Era il mio parco giochi».
Come è iniziata la storia di Santoni?
«Quando mio padre ha avuto l’ambizione di iniziare una propria attività. Era un maestro artigiano, responsabile di produzione di un’azienda di calzature. Le sue origini erano contadine, ma mio nonno, che durante la guerra era stato fatto prigioniero in Polonia, aveva voluto che andasse a lavorare in fabbrica. All’epoca quello era un salto sociale, un po’ come oggi mandare un figlio a studiare all’estero. Il contadino non ha uno stipendio fisso, vive di quello che produce la terra. Dunque iniziò a fare scarpe da ragazzino, in fabbrica, appunto. Per raggiungerla però faceva circa 8 km a piedi tutti i giorni. A 32 anni, poi, dopo aver acquisito un’esperienza importante, decise di dar vita a un piccolo laboratorio proprio nel garage di casa, coinvolgendo mia madre che all’epoca era una sarta. Ma guadagnava molto poco, e lui le disse che anziché cucire potevano iniziare a cucire tomaie. Santoni non iniziò dunque come una vera e propria produzione di calzature, ma di semilavorati per altre aziende. Andarono avanti tre anni, finché non arrivarono a una riserva economica che permise loro di poter investire: hanno costruito quella che è stata la nostra casa, dove sono cresciuto, con il primo laboratorio di circa 500 metri quadrati. Era il 1975, io ero un ragazzino e già giocavo in fabbrica, mi dilettavo, perché per me è sempre stato un sogno quello di poter seguire il lavoro dei miei genitori e portare avanti questa esperienza della famiglia. Ho sempre lavorato, anche quando andavo a scuola, ma non perché me lo chiedessero, ma proprio perché era una mia passione.
Un momento importante fu quando lei prese le redini dell’azienda, nel 1990. Aveva 21 anni.
«Avevamo fatto dei passi rilevanti in 15 anni e ci siamo spostati nella zona industriale di Corridonia, comprato un grande appezzamento di terreno per costruire il primo edificio industriale di 1.500 metri quadrati. È stata la nostra prima evoluzione verso una forma più industriale, siamo passati dall’essere artigiani a una piccolissima forma di industria e poi da lì l’azienda è cresciuta e sviluppata. Oggi i nostri stabilimenti sono circa di 30mila metri quadrati e abbiamo allargato lo stabilimento originale acquisendo terreni vicini e laboratori vicini. Nei nostri headquarter ci sono cinque linee di produzione, tutti i nostri uffici, l’ufficio stile, ricerca e sviluppo. Ora stiamo costruendo l’ultimo edificio, dove porteremo la produzione di pelletteria.
Oggi la sua azienda è simbolo di calzature di eccellenza. Qual è stata la sua formula?
«Il regalo più grande ricevuto dai miei genitori è stata l’educazione al bello e quindi all’eccellenza. Il rifiutare i compromessi. Certamente ho anche potuto conoscere in prima persona i mercati, le varie esigenze dei clienti, le diverse calzate, e saper offrire proposte su misura. E abbiamo creato delle nostre unicità, come la pelle: le scarpe sono bianche, poi le coloriamo in capo, con un gesto profondamente artistico».
Come si può conciliare l’artigianalità con un processo industriale?
«Un’altra nostra caratteristica è che produciamo tutto internamente. Se vuoi garantire l’eccellenza, non puoi delegare la produzione. La mia lunga esperienza tecnica oggi mi permette di guidare l’azienda, ma anche di seguire da vicino lo sviluppo del prodotto, evitando qualsiasi errore. Abbiamo un preciso standard qualitativo, che si raggiunge attraverso procedure seguite dai nostri maestri artigiani, per garantire quella che chiamiamo “qualità replicabile”, cioè una qualità costante e una quantità replicabile».






