Tra emancipazione digitale e difesa dei diritti
di Paolo Benanti
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Bong Joon-ho… dopo “Parasite”: non era certo semplice per lo straordinario regista sudcoreano capire su cosa puntare dopo l’enorme successo del film del 2019, primo titolo in lingua non inglese a vincere addirittura l’Oscar per il miglior film dell’anno.
Bong non ha però realizzato solo “Parasite” nel corso di una carriera importantissima, dove svettano altri tre grandi titoli come “Memorie di un assassino”, “The Host” e “Madre”.
In mezzo a tutti questi lavori girati in patria ci sono alcuni lungometraggi internazionali e parlati prevalentemente in lingua inglese: “Snowpiecer” e “Okja”. Due titoli senza dubbio coerenti nella poetica di Bong e ricchi di spunti molto interessanti, ma senz’altro minori nella sua filmografia, proprio come il nuovo “Mickey 17”, presentato nella sezione Berlinale Special del Festival di Berlino.
Ed è proprio “Okja” il film che si può meglio associare al nuovo lavoro del regista sudcoreano, sia per il registro grottesco adottato, sia per alcune tematiche sociopolitiche, sia, sfortunatamente, per esiti non all’altezza della bravura del suo autore.
Al centro della narrazione c’è Mickey Barnes, un impiegato “sacrificabile”, usa e getta, mandato in avanscoperta su un pianeta ghiacciato per una possibile, futura colonizzazione. Ogni volta che una replica di Mickey muore, viene rigenerata una sorta di suo nuovo clone, sempre con i suoi ricordi totalmente intatti.