Regolamentazioni

Fisco internazionale, servono nuove idee e non vecchi schemi

Gli ultimi progetti non rispondono ai modelli di multilateralismo che sono oggi necessari

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In occasione del conferimento della laurea honoris causa da parte dell’Università di Marsiglia, il Presidente della Repubblica ha pronunciato un discorso pacato nei toni, ma vibrante d’idealità offrendo alla comune riflessione un tema unitario – la pacifica e solidale convivenza umana – che ha, però, plurime declinazioni. Un tema rilevante, quindi, anche per chi considera l’ordinamento tributario quale aspetto essenziale del vivere civile. Nel ricordare la mancata adesione degli Usa alla Società delle Nazioni, il Capo dello Stato ha evocato un evento che ebbe per la fiscalità internazionale un significato paragonabile a quello che probabilmente avrà il Memorandum con cui il 20 gennaio scorso il Presidente Trump ha annullato gli impegni assunti in sede Ocse.

La Società delle Nazioni stava elaborando dal 1923 il progetto del primo modello di convenzione contro le doppie imposizioni. Uno secolo dopo l’Ocse è la promotrice di quel Global Tax Deal che dovrebbe porre le basi della fiscalità internazionale del XXI secolo. La prima iniziativa fu ostacolata dal Presidente Wilson, la seconda è rimessa in discussione dal Memorandum del Presidente Trump.

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Le battute d’arresto non sono inusuali per progetti di ampio respiro. Occorre però affrontarle con la chiarezza delle idee che contraddistingue l’intervento del Presidente della Repubblica, avendo quindi ben presente che il quadro di riferimento è infinitamente più complesso della versione stereotipata offerta dal dibattito mediatico che lo riduce alla contrapposizione fra globalizzazione e nazionalismo o fra gli interessi degli Stati e quelli delle imprese. Il concetto di «neo-feudatari» sottolinea il ruolo politico proprio di alcuni soggetti economici «non statuali». E ciò, realisticamente, al di là del nome dei singoli imprenditori, perché ogni grande multinazionale esprime naturalmente propri «propositi di potenza» e aspira a «signorie nella dimensione pubblica» (secondo le parole del Capo dello Stato).

L’ampliamento degli attori si unisce all’incremento dei «luoghi» del confronto. Il Presidente cita lo spazio extra-atmosferico e quello cibernetico, ma l’avvento della super- Ai costituirà un fattore drammaticamente moltiplicativo. E questo determina la necessità ridefinire in profondità le priorità nell’individuazione dei beni comuni e di precostituirne una tutela non limitata alla loro «inappropriabilità», ma estesa al loro governo secondo modelli di sovranità allargata.

Sulla scena internazionale, insomma, si muovono nuovi protagonisti, che contendono fra loro risorse nuove secondo nuove strategie determinate da schieramenti e contrapposizioni variabili e spesso involontari.

Gli Stati, pur concettualmente contrapposti agli altri «attori non statuali», in realtà, spesso ne favoriscono lo sviluppo vuoi per le loro ridotte dimensioni, vuoi per il perseguimento di interessi immediati. E, in modo analogo, un multilateralismo non equilibrato finisce per fagocitare sé stesso, dando nuovo vigore alle spinte nazionaliste o aprendo la strada ai «campioni» economici della globalizzazione.

È per questa ragione che il Capo dello Stato sottolinea ripetutamente e l’esigenza di «un multilateralismo dinamico e costruttivo».

La rifondazione della fiscalità internazionale è un passaggio ineludibile, ma il progetto del Pillar I e II non risponde al modello di multilateralismo al quale si è appena fatto cenno. L’attuale Global Tax Deal delinea una fiscalità priva di agganci con la spesa pubblica, ancora pensata in una logica territoriale, a carattere marcatamente reale e con un consenso realizzato, tutt’al più, a livello tecnocratico.

La ricerca di soluzioni fondate su «idee nuove e non l’applicazione di vecchi modelli», secondo l’auspicio del Capo dello Stato, ha molte implicazioni per la fiscalità internazionale. Significa, fra l’altro, non misurare in termini puramente reddituali «capacità» nuove come il potere di controllo di spazi e risorse «immateriali» essenziali per l’umanità. Significa anche tener conto di nuove forme di ineguaglianza legate all’impossibilità di accedere a tecnologie trasformative della qualità della vita.

L’ostruzionismo del nuovo Presidente degli Usa può essere l’occasione per pensare a un modello di fiscalità internazionale idoneo «corrispondere in modo costruttivo al nuovo che emerge» (sono sempre parole di Mattarella).

Nel frattempo, per un’Europa che volesse e sapesse rispondere alla sollecitazione del Capo dello Stato a nutrire ambizioni diverse da quelle di un «vassallaggio felice»,sarebbe giunto il momento di ripensare con coraggio al tema delle «risorse proprie»quale premessa indispensabile per un «ruolo europeo nella risposta alle sfide globali».

Professore ordinario di Diritto Tributario, Università di Foggia

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