World Economic Outlook

Fmi: l’incognita Trump sulla crescita globale

Il Fondo indica al 3,3% l’aumento del Pil mondiale nel 2025, dopo il 3,2% nel 2024: un passo «fiacco» e messo a rischio dalle politiche della nuova Amministrazione Trump, che potrebbero fa ripartire l’inflazione. La ripresa dell’Eurozona perde ritmo e la divergenza con gli Usa aumenta. Per l’Italia, crescita dello 0,6% per il 2024 e dello 0,7% quest’anno.

Una nave container nel porto di Qingdao, in Cina (AFP)

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L’incognita Trump si somma ai fattori che possono far ripartire l’inflazione e innescare nuovi shock globali. Nell’aggiornamento delle sue previsioni, il Fondo monetario indica al 3,3% l’aumento del Pil mondiale, sia nel 2025 (+0,1%) che nel 2026, dopo il 3,2% del 2024. Un passo «fiacco», inferiore alla media 2000-2019, pari al 3,7%, ed esposto ai rischi che arrivano dai conflitti in Medio Oriente e Ucraina, ma anche dalle politiche della nuova amministrazione americana. Per l’Italia, il Fondo stima una crescita dello 0,6% per il 2024 e dello 0,7% nel 2025, con una ulteriore limatura rispetto alle previsioni di ottobre (dello 0,1%).

LE STIME DELL’FMI

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Il fattore Trump

Il Pil Usa crescerà del 2,7% nel 2025, rispetto al 2,8% del 2024, con una correzione al rialzo di 0,5 punti percentuali, rispetto alle previsioni di ottobre. L’inflazione dovrebbe restare sopra il 2%, anche se non di troppo. Lo spread con i tassi degli altri Paesi sembra destinato ad allargarsi, dato che nell’Eurozona si prevede una dinamica inflazionistica più contenuta e i prezzi in Cina restano bassi.

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Queste le ipotesi di base. Ma il Fondo si sofferma a lungo sulle incognite generate dall’agenda di Donald Trump, con le minacce di dazi che riportano indietro alla guerra commerciale scatenata durante il suo primo mandato. Scrive il Fondo: «Una nuova ondata di dazi potrebbe esacerbare le tensioni, diminuire gli investimenti, ridurre l’efficienza del mercato, distorcere i flussi commerciali e interrompere nuovamente le catene di approvvigionamento». Se è difficile prevedere l’effetto inflazionistico del protezionismo, i rischi potrebbero però «essere più elevati» rispetto a quanto avvenuto in passato.

A preoccupare non sono solo i dazi. Una politica fiscale più generosa, con tagli alle tasse, «potrebbe stimolare l’attività economica nel breve periodo, con piccole ricadute positive sulla crescita globale. Nel lungo periodo, però, ciò potrebbe costringere a correzioni di bilancio più ampie, che potrebbero diventare dirompenti per i mercati e per l’economia, potenzialmente indebolendo «il ruolo dei Treasury come asset sicuro globale».

Al tempo stesso, l’apprezzamento del dollaro potrebbe risucchiare capitali dalle economie emergenti e in via di sviluppo e far salire i premi di rischio. Inoltre, avvisa il Fondo, un’eccessiva riduzione dei paletti che limitano rischio finanziario e indebitamento potrebbe generare bolle nel lungo periodo, con ripercussioni globali.

Ancora. Una stretta sull’immigrazione può sottrarre la forza lavoro necessaria alle imprese, «ridurre in modo permanente il potenziale di crescita e aumentare l’inflazione».

Spiega il capoeconomista dell’Fmi, Pierre-Olivier Gourinchas: le politiche di Trump probabilmente spingeranno «l’inflazione verso l’alto nel breve termine, rispetto alle nostre ipotesi di base», questo «impedirebbe alla Federal Reserve di ridurre i tassi e potrebbe persino richiedere rialzi», che rafforzerebbero il dollaro e accrescerebbero il deficit commerciale. La combinazione di una politica monetaria Usa più restrittiva e di un dollaro più forte inasprirebbe le condizioni del credito, soprattutto per i mercati emergenti e in via di sviluppo. «Gli investitori prevedono già un simile esito, con il dollaro che ha guadagnato circa il 4% dalle elezioni di novembre», sottolinea Gourinchas.

L’Eurozona frena ancora

La ripresa nel blocco della moneta unica perde ritmo, rispetto a quanto stimato a ottobre, a causa della frenata più forte del previsto alla fine del 2024, in particolare nel settore manifatturiero. L’aumento dell’incertezza politica ha peggiorato il quadro (a novembre il Governo tedesco è entrato in crisi, costringendo a elezioni anticipate a febbraio). Il Fondo ha così abbassato dello 0,2% le stime di crescita per il 2025, portandole all’1%, dopo lo 0,8% del 2024. Nel 2026, ci si aspetta un rimbalzo dell’1,4%, grazie al rafforzamento della domanda interna, alla discesa del costo del denaro e al miglioramento della fiducia.

Si vedrà. Intanto «i prezzi del gas in Europa rimangono circa cinque volte superiori a quelli degli Stati Uniti, mentre prima della pandemia erano il doppio», sottolinea Gourinchas.

E pesa la crisi della Germania, che nel 2024 registra un calo del Pil dello 0,2% e che farà fatica anche nel 2025, con un rimbalzo marginale dello 0,3%, nelle stime dell’Fmi: proiezione abbassata dello 0,5%. Inchiodata allo “zero virgola” la crescita italiana, che rischia di fermarsi sotto l’1% anche nel 2026. La leggera revisione al ribasso per il 2024 riflette risultati più deboli registrati, «lo slancio si è arrestato a causa della spesa fiacca nell’ambito del Pnrr», spiega Deniz Igan, direttrice del dipartimento ricerca e studi sull’economia globale del Fondo.

Nel breve termine, la divergenza tra Europa e Stati Uniti potrebbe aumentare: le economie europee potrebbero rallentare più di quanto previsto, soprattutto se sale l’incertezza sulla sostenibilità del debito pubblico nei Paesi più vulnerabili. Il rischio principale è che la politica monetaria e quella di bilancio possano contemporaneamente esaurire i margini di manovra.

Cina e India

Rispetto alla proiezione di ottobre, la crescita nel 2025 per la Cina è stata marginalmente rivista al rialzo (+0,1%), al 4,6%, dal 4,8% del 2024 (il Governo di Pechino ha però comunicato che la crescita 2024 ha raggiunto il target del 5%). La revisione riflette l’effetto trascinamento del pacchetto anti-crisi annunciato a novembre.

Se le politiche di bilancio e monetarie non basteranno a ridare slancio al Paese, Pechino rischia la deflazione del debito, il cui valore reale aumenterebbe per effetto del calo dei prezzi, con ripercussioni sull’attività economica.

Corretta al ribasso la stima sul Pil indiano del 2024, che perde lo 0,5%, ma resta agganciato a un solido incremento del 6,5%. Un tasso di crescita sostenuto, che dovrebbe confermarsi nel 2025 e nel 2026.


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