Fmi: un terzo dell’economia globale sarà in recessione nel 2023
Il Fondo taglierà ancora le previsioni: pandemia, inflazione, tassi e guerra bruciano 4mila miliardi di dollari di crescita potenziale
di Gianluca Di Donfrancesco
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Il Fondo monetario internazionale si prepara a tagliare ancora le stime di crescita dell’economia globale per il 2023. Lo annuncia la direttrice generale Kristalina Georgieva. «Abbiamo già abbassato tre volte le nostre proiezioni, portandole a solo il 3,2% per il 2022
e al 2,9% per il 2023. E nel World Economic Outlook della prossima settimana, ci sarà un nuovo taglio per il prossimo anno».
«Recessione o quasi»
Per le statistiche bisognerà aspettare ancora qualche giorno, quando il report sull’economia globale dell’Fmi sarà pubblicato. Il trend è però già segnalato nelle parole di Georgieva: rispetto allo scenario preoccupante tratteggiato a fine luglio, «i rischi di recessione stanno aumentando: Paesi che rappresentano circa un terzo dell’economia mondiale subiranno almeno due trimestri consecutivi di contrazione tra quest’anno e il prossimo». Non solo. «Anche quando ci sarà crescita, sembrerà una recessione a causa della contrazione dei redditi reali e dell’aumento dei prezzi», sottolinea Georgieva.
Strascichi della pandemia, alta inflazione, aumento dei tassi, guerra in Ucraina e disastri climatici bruciano «quasi 4mila miliardi di dollari di ricchezza globale, pari al Pil della Germania», afferma Georgieva. È la misura della crescita potenziale che si sarebbe potuto ottenere entro il 2026, in base alle proiezioni fatte in assenza delle molteplici crisi, e che invece non potrà essere conseguita.
«Tutte le maggiori economie del mondo stanno rallentando», sottolinea Georgieva: l’Eurozona è fortemente condizionata dalla riduzione delle forniture di gas dalla Russia, la Cina è penalizzata dalla pandemia e dalla profonda flessione nel mercato immobiliare. Negli Stati Uniti, l’inflazione riduce il reddito disponibile e i consumi, mentre il rialzo dei tassi di interesse frena gli investimenti.
La frenata delle locomotive mondiali colpisce i Paesi emergenti e in via di sviluppo, che devono far fronte a una domanda ridotta per le loro esportazioni.

