Formaggi, Auricchio (Afidop): «L’eccellenza non è replicabile in un bioreattore»

Uno studio dell’Università Cattolica del Sacro Cuore dimostra che, a fronte di una fattibilità biologica raggiunta, la strada per la sostenibilità economica e ambientale è ancora lunga

di Silvia Marzialetti

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«L’eccellenza dei nostri formaggi dop e igp, legata a doppio filo ai territori, alla biodiversità e a saperi secolari, non è replicabile in un bioreattore». Così il presidente di Afidop, Antonio Auricchio, durante un convegno sul tema, al Masaf.

Presentato anche uno studio dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, secondo cui «produrre proteine del latte o carne in un bioreattore è biologicamente possibile, ma la complessità, il valore nutrizionale e l’efficienza della filiera agroalimentare tradizionale e dei formaggi certificati restano insostituibili».

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Lo studio analizza le due principali innovazioni del settore: la fermentazione di precisione (utilizzata per replicare le proteine del latte) e la carne coltivata in vitro. I risultati scientifici smontano la retorica della convenienza di queste tecnologie: se il livello della fattibilità biologica in laboratorio è stato raggiunto, mancherebbero la sicurezza su scala industriale e, soprattutto, la sostenibilità economica e ambientale.

Sul latte hi-tech, l’analisi del ciclo di vita (LCA) dimostra che, per via degli enormi consumi energetici dei laboratori, il processo non è ambientalmente competitivo rispetto alla filiera lattiero-casearia tradizionale e produrre una singola proteina isolata non significa riprodurre il valore nutrizionale, compositivo e organolettico del vero latte.

Sulla carne coltivata, lo studio evidenzia un divario di efficienza di “40 a 1” della carne coltivata rispetto ai modelli di laboratorio, con cellule bovine che crescono lentamente e che richiedono un forte spreco di risorse, con un consumo di terreno di coltura oltre trenta volte superiore e un’alta dipendenza da antibiotici e siero fetale bovino.

«La transizione ecologica si fa sostenendo gli allevatori e i trasformatori, non inseguendo chimere tecnologiche inefficienti che offrono solo surrogati incompleti», conclude Auricchio.

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