Consumi ortofrutta

Frutti tropicali made in Italy: cresce la produzione, ma è ancora molto limitata

Dall’avocado al mango c’è stata una vera esplosione della domanda ma l’offerta interna è ridotta nonostante gli investimenti. Così l’import continua a correre

di Silvia Marzialetti

Frutta estiva e granchi blu, autunno pazzo per il caldo

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Una offerta limitata e ancora poco strutturata. La bella narrazione della frutticoltura tropicale made in Italy si infrange sui numeri: sufficienti per soddisfare un mercato online di nicchia e – per limitati periodi dell’anno – la fascia premium degli scaffali della grande distribuzione organizzata, è assolutamente al di sotto delle richieste di un mercato in fortissima ascesa, tanto da aver acceso l’interesse di investitori e fondi.

«Al Sud climate change, concorrenza spagnola, fitopatie hanno messo in crisi colture tradizionali come gli agrumi – dichiara Raffaella Orsero, vicepresidente e ceo dell’unico gruppo ortofrutticolo italiano quotato in Borsa – favorendo la migrazione verso prodotti considerati più remunerativi come i frutti tropicali, ma il sistema non è ancora strutturato per reggere i grandi numeri: troppo frammentato, artigianale e basato su piccoli appezzamenti».
A questo si aggiunge la limitatezza del periodo di raccolta – due, quattro mesi al massimo – che lascia ampi margini ai mercati di Perù, Colombia, Israele e Marocco, più strutturati su produzioni di tipo industriale e con prezzi di vendita all’ingrosso.

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Per l’avocado italiano, il gruppo specializzato nella produzione, importazione, esportazione e commercializzazione di prodotti ortofrutticoli, che chiuderà il fatturato 2023 a 1,5 miliardi di euro, si rifornisce da una grossa azienda vivaistica del catanese, che dispone di 45 ettari (altri 50 ettari sono in arrivo): ma i numeri sono ancora insufficienti a colmare le richieste schizzate negli ultimi anni.

Entrati nel paniere Istat nel 2018, insieme con lavasciuga e robot aspirapolvere, avocado e mango sono infatti prodotti sempre più presenti sulle tavole italiane. «Nel 2022 sono state acquistate 77mila tonnellate di avocado in Italia solo per il consumo domestico: l’11% in più rispetto al 2021 – commenta Daria Lodi di Cso –. Nel confronto a cinque anni il consumo è quintuplicato». La realtà raccontata da Raffaella Orsero trova riscontro nella cartina di tornasole dei numeri. Prendiamo i dati Ismea (elaborati ad hoc per il Sole 24 Ore): dal 2008 mango e avocado hanno accresciuto le proprie quote di import (nel caso dell’avocado le importazioni sono più che raddoppiate, passando da 21,8 a 47 milioni di kg). La produzione italiana – commentano da Ismea – è limitata a uno o due milioni di chili (si tratta di una stima, poiché non esistono ancora dati ufficiali). Ancora più basse le stime relative al mango, che si aggirano intorno ai 300mila kg l’anno.

L’attenzione cresce di pari passo con le possibilità di business. Per la prima volta lo scorso anno la Regione Calabria ha promosso un bando Psr di filiera ad hoc, finalizzato a promuovere nuovi impianti e reimpianti arborei nel settore della frutta tropicale, sub tropicale e piccoli frutti: avocado, mango, ma anche e papaia, kiwi, annona, ribes. Il successo è stato enorme: 223 progetti ammissibili per 16 milioni di euro.

La matrice capital intensive e le potenzialità di investimento in soluzioni di precision farming di queste colture hanno acceso anche l’interesse di fondi e investitori. Fabiano Germani, di Coop, parla di work in progress: «La Gdo è molto sensibile al tema dell’italianità del prodotto. L’avocado, soprattutto, che vive sull’onda della classificazione come superfood, sta attraversando un trend in crescita non solo di consumi, ma anche di piantumazioni».

Francesco Mastrandrea è ceo e presidente cda di Halaesa, azienda nata 18 mesi fa per promuovere la produzione di avocado biologico, con una forte attenzione alla sostenibilità ambientale e sociale: «In Italia – spiega – l’attenzione da parte dei fondi di investimento è altissima, ma rimane una forte carenza di interlocutori credibili. Per questo abbiamo cercato di renderci il più possibile attrattivi per i fondi nazionali e internazionali, dandoci una organizzazione consolidata: vogliamo creare la prima azienda strutturata d’Europa».
Halaesa – cento ettari di proprietà tra le due sedi di Tusa e Noto – vanta una collaborazione stretta con Agrilab Bocconi per un sistema di carbon farming legato alle produzioni. Ha investito 7 milioni con il supporto di Intesa San Paolo e Credit Agricole e raccolto due milioni da investitori privati. L’obiettivo è di arrivare a 400 ettari in trentasei mesi, ma la scale up prevede mille ettari in dieci anni tra Sicilia, Puglia, Calabria e Sardegna.

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