Festival dell’economia

Gas e petrolio, perché Libia e Iran non possono aiutarci a fare a meno di Mosca

I due Paesi sono ricchissimi di idrocarburi e vicini (non solo geograficamente) all’Europa, ma per motivi diversi almeno nel breve periodo non possiamo farci affidamento

di Sissi Bellomo

Borrell: "Sul petrolio grande passo avanti dell'Ue"

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Ricchi di gas e petrolio, ma per un motivo o per l'altro fuori dai giochi. Libia e Iran in teoria sarebbero preziosi in questo periodo di crisi energetica, complicato dalla guerra in Ucraina e dalla volontà di fare a meno delle forniture russe fino ad azzerarle. Sono anche due Paesi vicini all'Europa, sia dal punto di vista geografico che per i forti legami commerciali che l'Italia, più ancora di altri, aveva stabilito nel passato. Farci affidamento sembra tuttavia essere diventato un'utopia, almeno nel breve periodo.

La Libia è di nuovo precipitata nel caos, con gravi ripercussioni sulla produzione e sull'export di idrocarburi. Quanto all'Iran, un accordo sul nucleare e la revoca delle sanzioni – che avrebbe sbloccato forniture di greggio per almeno un milione di barili al giorno – sembrano imminenti tra febbraio e marzo. Ma oggi il traguardo si è allontanato: le trattative si sono arenate e non è chiaro quando potranno riprendere.

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Anche di questo si è parlato al Festival dell'Economia di Trento, in una tavola rotonda cui hanno partecipato Pejman Abdolmohammadi, professore associato di Storia e politica del Medio Oriente alla Scuola di studi internazionali dell’Università di Trento, Karim Mezran, senior fellow dell’Atlantic Council e Nicola Pedde, direttore dell’Institute for Global Studies (Igs).

Il governo italiano negli ultimi mesi è andato a caccia di gas praticamente ovunque, spingendosi a migliaia di chilometri di distanza dallo Stivale, fino in Congo e in Mozambico, dove i progetti per esportare Gnl – per quanto promettenti – sono ancora sulla carta. Ha stretto accordi per aumentare gli acquisti via gasdotto dall'Algeria e per potenziare il Tap, che collega la Puglia ai lontani giacimenti del Mar Caspio.Ma con la Libia – nostro fornitore storico attraverso i tubi del GreenStream, che approdano a Gela, in Sicilia – non ha potuto fare nulla.

Il gas dalla Libia per fortuna arriva ancora, sia pure con volumi irregolari.Ma il petrolio, spiega Pedde, «viene di nuovo usato come arma per destabilizzare la capacità di finanziamento del governo». O meglio: dei due governi, guidati da due premier (entrambi non legittimati da elezioni) che si contendono la guida del Paese.

A Tripoli c’è ancora Abdulhamid Dbeibah, il premier ad interim incaricato dall’Onu di organizzare il voto, ma le elezioni – convocate per il 24 dicembre 2021 – sono saltate e non si sa se è quando il Paese riuscirà ad andare alle urne. Nel frattempo il Parlamento di Tobruk ha nominato un altro premier, Fathi Bashaga, che a livello internazionale è stato riconosciuto solo dalla Russia. Dalla sua parte ci sono le forze del generale Khalifa Haftar, che – come era già accaduto nel 2018 – hanno di nuovo bloccato infrastrutture chiave per l’export di petrolio, costringendo a rallentare l’attività di importanti giacimenti, tra cui Sharara ed El Feel (in cui opera Eni).

Risultato: oggi la Libia estrae meno di 800mimla barili al giorno, quasi la metà di quanto potrebbe (l’attuale capacità è di 1,4 milioni di barili al giorno secondo S&P Global Platts).

Pedde intravvede «qualche sviluppo incoraggiante, che potrebbe aumentare i volumi esportati» dal Paese. Ma la situazione politica rimane molto difficile.

«II problemi della Libia non nascono oggi, Gheddafi è caduto oltre dieci anni fa – ricorda Mezran – e col tempo sono diventati sempre più difficili da risolvere», anche a causa dell’assenza di una politica europea nell’area. Anche gli italiani avrebbero potuto fare di più, nel proprio interesse, perché «una Libia meno instabile significa non solo maggiori forniture di petrolio e gas, ma anche meno flussi migratori, più affari, più sviluppo»

In una situazione del genere la Russia ha avuto campo libero: «Anche in Libia come altrove li abbiamo lasciati fare per molto tempo e hanno guadagnato una forte influenza», conclude Mezran.

Mosca oggi rappresenta anche uno degli ostacoli alla “riabilitazione” dell’Iran. Il rapporto con Teheran è sempre stato ambivalente, ricorda Abdolmohammadi.«La Russia è tra gli attori globali che hanno maggiormente sostenuto Teheran, soprattutto nel periodo delle sanzioni. Ma hanno anche sempre avuto interesse a tenerla fuori dal mercato del gas: l’Iran ha grandi riserve che non ha sviluppato anche a causa delle sanzioni, ma non solo».

Quanto al petrolio, la rivalità emerge con forza oggi che è Mosca ad essere oggetto di sanzioni internazionali: se ci fosse un accordo sul nucleare e Teheran tornasse a esportare liberamente, potrebbe sottrarre quote di mercato ai russi.

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