Gedda: il soft power della Islamic Arts Biennale
In uno scenario di dialogo e innovazione si è aperta la Biennale di Gedda dove non è mancata l’eccellenza delle industrie italiane che hanno collaborato alla realizzazione della manifestazione
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«And All That is in Between», la seconda edizione Islamic Arts Biennale è stata inaugurata in questi giorni a Gedda (fino al 25 maggio), nel Western Terminal Hajj dell’Aeroporto Internazionale Re Abdulaziz, luogo con una profonda risonanza emotiva per milioni di pellegrini musulmani che intraprendono i loro viaggi sacri Hajj e Umrah. Accostando oggetti storici delle culture islamiche all’arte contemporanea, sono esposti oltre 500 oggetti che esplorano il modo in cui la fede viene vissuta, espressa e celebrata attraverso il sentire, il pensare e il fare. Ma non solo, la Biennale vuole abbracciare i temi della diversity e inclusiveness che sembra non saranno più gli obiettivi in altre latitudini. Questa seconda edizione ha poi sicuramente un’altra connotazione, ovvero quello di far leva sul potere della cultura e dell’arte per consolidare relazioni internazionali.
La prima edizione della Biennale ha sicuramente rassicurato le istituzioni internazionali sul progetto e ne è una conferma la maggior partecipazione a questo secondo appuntamento da parte di musei, fondazioni che ha favorito il proseguimento della volontà di diventare una piattaforma globale per le arti islamiche. A tal proposito occorre sottolineare che le risorse economiche non mancano e ne è una dimostrazione non solo le commissioni delle opere di arte contemporanea che la Diriyah Foundation ha sostenuto, senza alcun intervento da parte delle gallerie commerciali, ma anche i trasporti di tutti gli oggetti e le opere d’arte qui presenti. No disclosure sulle cifre, ma le risorse destinate devono essere state sicuramente notevoli sia in termini di trasporto e di assicurazione per la rarità e unicità della opere esposte.
HE Rakan Altouk, assistente del Ministro della Cultura, ha inoltre ricordato l’intenzione del Regno Saudita di creare un dialogo fra le comunità musulmane di tutto il mondo, consapevole della propria responsabilità come terra culla dell’Islam. “Con questa manifestazione - ha affermato - non mettiamo solo in dialogo gli oggetti, riunendo opere di luoghi e tempi diversi, ma anche le persone”. La mostra è, infatti, arricchita da prestiti di importanti istituzioni di tutto il mondo, ma l’istituzione che solletica maggiormente la curiosità è la partecipazione della Biblioteca Apostolica Vaticana. A Gedda è presente una delegazione nella persona dell’arcivescovo Angelo Vincenzo Zani, archivista e bibliotecario di Santa Romana Chiesa. La Biennale diventa, quindi, un contesto interreligioso e interculturale, dove l’unicità dei tesori favorisce la diplomazia culturale e il dialogo.
La mappa del Nilo e le vie dell’oro
Undici le opere della Biblioteca Apostolica Vaticana presenti e tra gli oggetti, il pezzo forte, è una mappa del Nilo lunga quasi 6 metri. È stata esposta nella Biblioteca Vaticana nel 2021, ma è la la prima volta che esce dalle mura vaticane. “Questa mappa - spiega Delio Vania Proverbio, esperto di testi orientali presso la Biblioteca Apostolica Vaticana - risale alla fine del XVII secolo, fu acquistata nel 1739 a Costantinopoli dal bibliotecario libanese Giuseppe Alemanni, che in seguito divenne prefetto della Biblioteca Vaticana”. “La mappa - prosegue Proverbio - è databile intorno al 1685 ed è esposta alla Biennale di Gedda in un unico allestimento insieme a una mappa gemella, probabilmente prodotta nella stessa bottega, che raffigura il Golfo Persico; questa carta è oggi conservata nella collezione della Biblioteca Nazionale del Qatar”.
I colloqui con l’organizzazione della Biennale sono iniziati nel febbraio 2024 e prima dell’esposizione a Gedda la carta del Nilo è stata sottoposta a un meticoloso restauro finanziato dal Regno saudita costato nell’ordine di 20mila euro e realizzato dal Laboratorio di restauro della Biblioteca Apostolica Vaticana sotto la guida di Ángela Núñez Gaitán. Sono stati rimossi i resti della tela su cui la mappa era stata applicata nei secoli scorsi, nonché la carta giapponese applicata negli anni Ottanta. Dopo aver riparato i danni entomologici, i restauratori hanno montato la mappa su un nuovo supporto di carta giapponese.
Altra realtà italiana invitata alla Biennale è la Fondazione Bruschettini di Genova che racchiude diversi tesori dell’arte islamica in una collezione raccolta in oltre 60 anni dallo studioso e imprenditore Alessandro Bruschettini. “La collezione - spiega Elisabetta Raffo direttrice della Fondazione - testimonia che l’arte islamica è parte imprescindibile del nostro patrimonio e per la sezione AlMadar, abbiamo voluto concentrarci sull’epoca di Marco Polo, commemorando il 700° anniversario della morte del grande viaggiatore veneziano e mettendo in evidenza le vie dell’oro stabilite dalla rete mongola, che in quel periodo collegava l’Italia all’Asia. Queste rotte favorirono lo scambio di conoscenze e mappe, l’adozione e l’adattamento di tecnologie e la coltivazione di doni commerciali e diplomatici attraverso il continente eurasiatico”. In esposizione una veste di stoffa d’oro con grandi cavalli e un tappeto Mamluk circolare.

