La sfida demografica

Giappone: nascite ai minimi e crisi dei matrimoni

Nel 2023, i nuovi nati sono diminuiti del 5,1%: secondo l’Istituto nazionale di ricerca sulla popolazione e la previdenza sociale, fino al 42% delle donne giapponesi nate nel 2005 non avrà mai figli

di Gianluca Di Donfrancesco

(Getty Images)

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Record negativi che si aggiornano di anno in anno: nella crisi demografica senza fine del Giappone, il numero di bambini nati è sceso per l’ottavo anno consecutivo nel 2023, raggiungendo un nuovo minimo storico.

Le nascite sono diminuite del 5,1%, attestandosi a 758.631, secondo i dati forniti il 27 febbraio dal Governo. E nonostante le politiche per la famiglia messe in atto negli anni, il tasso il tasso di natalità resta il più basso al mondo. Anche i matrimoni sono sempre di meno: nel 2023 sono scesi del 5,9%, a 489.281, attestandosi sotto quota 500mila per la prima volta in 90 anni.

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«Sfida esistenziale»

Il premier Fumio Kishida ha definito il fenomeno come la «crisi più grave che il Giappone si trova ad affrontare» e il Governo ha annunciato «misure senza precedenti», come il potenziamento dell’assistenza all’infanzia e la promozione di aumenti salariali per i lavoratori più giovani. Interventi che andrebbero a sommarsi a quelli già varati e che finora non sono riusciti nemmeno a rallentare la crisi demografica. Nella «Strategia per il futuro dei bambini», Kishida ha già stanziato quasi 24 miliardi di dollari all’anno nei prossimi tre-cinque anni, raddoppiando così la spesa per l’assistenza all’infanzia entro l’inizio del 2030.

Già nel 2018, l’allora primo ministro Shinzo Abe aveva definito bassa natalità e invecchiamento della popolazione come «la sfide più significative per la sopravvivenza della nazione». La popolazione giapponese è in costante diminuzione e invecchiamento dal 2008.

Frontiere troppo chiuse

La crisi demografica colpisce tutte le economie avanzate. Secondo la Banca mondiale, la risposta più efficace per contrastare il calo della popolazione è l’apertura governata agli stranieri. Il Giappone, dove la crisi demografica è più acuta, è però storicamente chiuso all’immigrazione: gli stranieri rappresentano meno del 3% della forza lavoro. Solo di recente, si è cominciato a modificare le regole sui visti per gli immigrati, per aprire con gradualità le frontiere.

Così, quasi un terzo della popolazione ha almeno 65 anni e l’età media è la più alta al mondo (48 anni). Secondo le stime dell’Istituto nazionale di ricerca sulla popolazione e la previdenza sociale, nel 2070 la popolazione giapponese diminuirà di circa il 30%, scendendo a 87 milioni di persone, con quattro persone su dieci di età pari o superiore a 65 anni.

Un futuro senza figli

Il Paese non registra un tasso di natalità al livello di sostituzione dal 1974. La stressante cultura del lavoro, il deterioramento delle opportunità di carriera per i giovani e la tradizionale disparità di genere, sono tra le cause di questo fenomeno.

Sempre secondo l’Istituto nazionale di ricerca sulla popolazione e la previdenza sociale, fino al 42% delle donne giapponesi nate nel 2005 non avrà mai figli. Tra le donne nate nel 1970, il 27% è oggi senza figli, un tasso significativamente più alto di quello registrato negli Stati Uniti o in Europa.

La disparità di genere nei modelli culturali e sociali incide in modo pesante. I congedi parentali sono ancora poco diffusi tra i padri: solo il 17% dei maschi giapponesi ne ha usufruito nel 2022, contro l’80 delle donne, sulle quali ricade così un carico considerato sempre meno accettabile.

L’impatto su economia e conti pubblici

Il calo del numero di giovani restringe la manodopera disponibile, soprattutto nel manifatturiero, e l’invecchiamento della forza lavoro riduce produttività e capacità di innovazione. Fenomeni strutturali, che ancorano l’inflazione a livelli estremamente bassi (il relativo aumento degli ultimi due anni sembra già destinato a spegnersi).

Una forza lavoro più ridotta comporta un minor gettito fiscale, mentre l’aumento della popolazione anziana riduce il risparmio, fa salire la spesa pubblica per l’assistenza sanitaria, l’assistenza agli anziani e le pensioni, oltre al fabbisogno di personale sanitario, in un Paese che ha il debito pubblico più alto al mondo, quasi due volte e mezzo il Pil.

Tokyo ha finora provato a compensare la mancanza di manodopera incentivando l’occupazione femminile e rimandando l’età della pensione (che in media arriva a 71 anni per gli uomini e 69 per le donne, contro rispettivamente 65,4 e 63,5 nei Paesi Ocse). Il tasso di occupazione degli anziani è tra i più alti: i lavoratori di 65 anni o più rappresentano oltre il 13% della forza lavoro.

Il Giappone spinge inoltre su automazione e intelligenza artificiale. Il Giappone è all’avanguardia nell’ agetech e i robot sono sempre più presenti anche nelle case di cura, per sopperire alla difficoltà di reclutare operatori sanitari.

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