Giovanni Gentile: Appunti inediti d’amore e morte
Pubblicati per la prima volta scritti che risalgono a diversi periodi della vita del filosofo. Spiccano le osservazioni sul desiderio della fine della persona cara nell’impazienza dell’agonia
di Michele Ciliberto
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Giovanni Gentile è stato uno dei principali filosofi italiani del XX secolo insieme a Benedetto Croce, con il quale condivise una lunga fase della propria esperienza intellettuale e umana, spezzatasi in modo definitivo con l’avvento del fascismo, e le scelte opposte che i due «filosofi amici» fecero di fronte ad esso.
Fascismo
Al fascismo, e anzitutto a Mussolini, Gentile fu in effetti fedele fino alla fine: aderì alla Repubblica sociale, accettò di diventare Presidente dell’Accademia d’Italia, il 24 giugno del 1943 tenne in Campidoglio il Discorso agli Italiani: andò incontro al suo destino, pagando le sue scelte con la vita. E di esse occorre tener conto, parlando della sua esperienza umana, politica, filosofica – specie oggi quando è diventato possibile giudicare quella vicenda da una diversa distanza, nel contesto di quel secolo di ferro che è stato il Novecento. La storia, diceva Croce, non è mai giustiziera, ma sempre giustificatrice.
Di Gentile bisogna afferrare la complessità di una personalità che ha segnato a fondo la storia italiana della prima metà del Novecento, nel bene e nel male: e per farlo occorre guardare all’insieme della sua esperienza, e in primo luogo al suo lavoro filosofico e anche agli effetti che esso ha avuto in uomini prima legati a lui, e poi distanziatisi dal suo insegnamento schierandosi in campi politici frontalmente opposti. Un solo esempio.
Cesae Luporini
Scrivendogli nell’agosto del ’43, dopo il colpo di stato del 25 luglio, Cesare Luporini così si esprime: «Il momento che attraversiamo è veramente oscuro e tremendo: noi, che direttamente o indirettamente, per altre vie che avessimo prese, siamo stati Suoi scolari, delle parole che spesso udimmo dalla sua bocca riteniamo solo quelle più vere è veramente Sue che ci insegnarono a credere nel libero futuro degli uomini e ad operare per esso».
Parole gravi di uno scolaro che aveva scelto, proprio allora, di iscriversi al Pci e che, tuttavia, anche in quel momento drammatico per tutti decide di scrivere a Gentile riconoscendogli quello che aveva imparato da lui. Parole meditate su cui riflettere. Si sa: le idee camminano sui piedi degli uomini, non sono vergini, possono incidere più a fondo delle azioni pratiche, c’è una responsabilità politica delle idee. Ma le idee contano anche in sé, per la loro autonomia specifica; ed è sulla filosofia che occorre concentrarsi per capire cosa Gentile abbia significato per molte generazioni di intellettuali italiani.


