Giustizia, letteratura e il “pensare pubblico”
4' min read
4' min read
Nella motivazione di una sentenza sull’abuso commesso da una guardia penitenziaria nella perquisizione della cella di un detenuto è possibile rintracciare qualcosa di “letterario”. La sentenza – che ha fatto scuola - è datata 1984 e firmata dal giudice John Paul Stevens. Vi si vede l’espressione della capacità di immaginare quale possa essere il significato di oggetti di poco conto, come lettere e fotografie, «fragili segni della propria umanità», per il detenuto e per la sua speranza di una vita migliore. Capacità che implica l’attitudine a immedesimarsi nelle storie delle persone e non «considerare il prigioniero come un semplice corpo da gestire per tramite delle regole istituzionali», bensì «come un cittadino titolare di diritti e dotato di una dignità che esige rispetto». È una riflessione che si lega a una delle basi teoriche di ogni esperienza scientifica o didattica che voglia incrociare l’esperienza letteraria a quella giuridica.
La letteratura può offrire i modelli e trasmetterci conoscenze profonde, incarnate nel linguaggio e nella narrazione. La letteratura può allenare e tenere in esercizio la nostra capacità di piangere per chi non è uno di noi, per chi non è simile a noi. Cosa saremmo se non riuscissimo a dimenticare noi stessi, almeno parte del tempo? Cosa saremmo se non fossimo capaci di imparare? Di perdonare? Di diventare diversi da quelli che siamo? Raccontare una storia vuol dire: è questa la storia importante. Vuol dire ridurre l’estensione e la simultaneità del tutto a qualcosa di lineare, a un tragitto. Essere un individuo morale significa prestare, essere obbligato a prestare, un certo tipo d’attenzione.
Questo ampio e profondo bacino di pensiero ha offerto la base teorica per avviare, a partire dal 2009, la nutrita serie di incontri e di pubblicazioni dedicati al binomio «Giustizia e Letteratura» cui si è dedicato un folto gruppo di professori, giovani ricercatori, scrittori, critici letterari coordinati dal Centro Studi “Federico Stella” sulla Giustizia penale e la Politica criminale dell’Università Cattolica di Milano, oggi ASGP. Nella scelta iniziale di denominare «Giustizia e Letteratura» (intenzionalmente, entrambe con l’iniziale maiuscola) un tale percorso (e i libri che ne sono nati cammin facendo), si è espresso l’intendimento di abbracciare un’area più vasta e profonda rispetto a quanto comunemente oggetto del filone di esperienze scientifiche e didattiche internazionali identificato con l’espressione Lawand Literature.
Il proposito è quello di fecondare con la parola “Giustizia” lo sguardo sulle opere letterarie, e quindi la prospettiva degli stessi scrittori e letterati chiamati a partecipare a questa iniziativa e a portare la loro testimonianza di anni di studi su autori e opere. È solo dopo il paziente ascolto dei risultati espressivi di una tale seminagione operata sul fertilissimo terreno della letteratura che i giuristi (per lo più penalisti) fanno sentire la loro voce.
Chi si occupa e a volte “gestisce” in prima persona la giustizia penale è ben memore della tormentata storia della cosiddetta penalità. L’educazione all’attenzione che egli si attende di trarre dalla frequentazione e penetrazione dei testi letterari deve allora già esercitarsi nei confronti di questi.

