Le sfilate di Parigi/ 3

Givenchy, il futuro riparte dal passato. Glamour potente per Giambattista Valli

Convince il debutto di Sarah Burton alla guida della maison di monsieur Hubert. Complessa giocosità da Issey Miyake, rinnovata energia nel nuovo corso di Kenzo

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Il processo è quasi sempre più interessante del prodotto, in particolare in quest’epoca di mode inani. Le sfilate parigine ne sono prova. «Per andare avanti, bisogna tornare all’inizio. Per me, questo vuol dire l’atelier, cuore e anima di Givenchy», dice Sarah Burton a proposito del suo debutto, ospitato nella sede di Avenue George V. Nelle stanze imbiancate che grondano stucchi, grandiose ma non pompose, pile di carta da pacco sostituiscono le sedute. A quanto pare, durante un recente restauro, sono state rinvenute buste brune contenenti i cartamodelli della prima collezione di Hubert, datata 1952: un segno del destino, che ha portato Burton a riflettere sul lavoro fatto a manichino, centrale anche nella sua pratica.

Givenchy, la collezione per l’AI 25-26

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La sfilata si apre con una tuta di rete, come ad azzerare tutto partendo dal corpo, e procede in molte direzioni diverse, dal tailoring maschile ai grandi fiocchi, dai gonnelloni ai drappeggi disordinati, dalla pelle ai cristalli. È molto, anche troppo: accenni di svariate possibili identità. «Sono interessata a una varietà di personalità femminili, e disegno i pezzi su donne che conosco», concede Burton come spiegazione. L’esecuzione è impeccabile, ma la frammentazione lascia interdetti.

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L’artista austriaco Erwin Wurm, famoso per le one minute sculpture - immagini di individui che assumono pose assurde mentre indossano abiti in maniere insensate - è l’ispirazione dietro la sensazionale sfilata di Issey Miyake, ulteriore conferma di talento e visione da parte del direttore creativo Satoshi Kondo. L’indefinitezza e i modi plurali di indossare un capo fanno parte dell’ethos di Miyake, un credo umanista nel quale la persona detiene tutto il potere e l’abbigliamento libera i gesti invece di opprimere o costringere. Kondo eleva tutto ciò a nuove vette. La collezione, composta di pezzi altamente processuali, è complessa e giocosa, spoglia e accessibile, ed è la meravigliosa dimostrazione che i vestiti non sono oggetti inanimati, ma cose che incitano un dialogo attivo.

Giambattista Valli, la collezione per l’AI 25-26

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Giambattista Valli ha in mente una figura femminile precisa, inequivocabile: potente quanto glamourosa, usa l’abito e la bellezza come strumenti di auto-affermazione, e per questo seduce, con la testa e con il corpo - nell’ordine. Questa stagione, Valli lavora su una figura verticale e asciutta, pensando a donne come Elsa Peretti, e il risultato è incisivo.

Per il debutto in passerella, Hannah Rose Dalton e Steven Raj, alias Matières Fécales, scelgono un salone tutto stucchi dorati e pomposa francesità, in netto contrasto con la loro visione gotica, ma anche in sintonia con il glamour sinuoso dalla collezione. Il debito verso Rick Owens è evidente, ma c’è qualità stilistica. Da Kenzo, l’arrivo di Joshua Bullen alla posizione di design director accanto a Nigo è un benvenuto progresso, e finalmente emergono la gioia e il divertimento che sono nell’anima del marchio, con un gioco al deboscio che è pieno di energia.

I nodi sono la variante di stagione sul nero decostruito di Yohji Yamamoto. Quello, e una tonalità clericale di viola che chiude la sfilata, mescolata al nero o da sola. Per il resto, è classico Yamamoto, e molto godibile. Superata la soglia degli ottant’anni, Yohji-san non mostra un briciolo di stanchezza creativa. Questa nuova prova ha una vena leggermente barbarica che ricorda il periodo d’oro dei primi anni ’80, quando Yamamoto e Kawakubo conquistarono Parigi.

Victoria Beckham, infine, rimane un progetto indecifrabile: escludendo gli abiti drappeggiati e i pantaloni dal taglio perfetto, le pretese avanguardistiche di quasi tutti i look - cappotti che finiscono con enormi “bigodini”, accappatoi a mo’ di camicie - appaiono fuori luogo, insensate, a tratti anche irritanti.

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